Storie Web giovedì, Ottobre 8

Per anni la medicina estetica ha promesso di cancellare rughe, ridefinire volumi e restituire al volto un aspetto più giovane attraverso una successione di trattamenti sempre meno invasivi. Filler, tossina botulinica, fili di trazione, radiofrequenze e tecnologie energy based hanno progressivamente conquistato spazio, alimentando l’idea che l’invecchiamento potesse essere corretto senza ricorrere alla chirurgia. Eppure, mentre il mercato dei trattamenti medico-estetici continua a crescere, emerge una riflessione diversa: ha davvero senso rincorrere continuamente i segni del tempo quando esiste la possibilità di intervenire sulla causa strutturale del problema? «No. Intorno ai quarant’anni, o ai primi segni di lassità, il problema non è più soltanto cutaneo, ma riguarda soprattutto il cedimento delle strutture profonde, come SMAS e muscolo platisma», spiega il dottor Paolo Santanchè, chirurgo plastico che opera tra Milano e Torino. «Su queste strutture le tecnologie non invasive non riescono a intervenire in modo diretto».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il lifting che interviene sulle strutture profonde

Con la tecnica mininvasiva TriVet Deep Plane Ultrasonic Face Lift si interviene dove serve per risolvere il problema: il viso non cede in un’unica direzione e il TriVet agisce sui tre vettori principali di cedimento: verticale, orizzontale e obliquo per un risultato più fisiologico, anche rispetto ad altre tecniche definite profonde», continua Santanchè. «A differenza dei lifting tradizionali che agiscono sulla pelle, questa tecnica lavora sul “deep plane” e consiste nello scollamento immediatamente sotto lo SMAS (sistema muscolo-aponevrotico superficiale) e il Platisma. Si interviene sulle strutture profonde, liberando le aderenze e riposizionando i tessuti nella loro sede originaria. Il volto non viene tirato, ma ricollocato riproducendo in modo più fedele la dinamica naturale dell’invecchiamento». Questo approccio consente di ottenere risultati naturali e stabili nel tempo. Non si tratta di cambiare volto, ma di ritrovare una versione più giovane di sé stessi. I follow-up a distanza di dieci o quindici anni mostrano pazienti che continuano a mantenere una qualità del volto superiore rispetto alla situazione preoperatoria.

La chirurgia del non invecchiamento

«Se poi intendiamo ottenere risultati sorprendenti, il punto non è ringiovanire il volto quando appare ormai invecchiato, ma agire prima, rallentando il processo stesso dell’invecchiamento», spiega il dottor Paolo Santanchè, chirurgo plastico che opera tra Milano e Torino. «Il concetto ideale non è ringiovanire, ma non invecchiare. Se si interviene quando il volto è ancora relativamente giovane si può ripristinare la struttura di sostegno dei tessuti e consentire al viso di continuare a invecchiare in modo lento e naturale». È la filosofia del “non invecchiamento”, un approccio che ribalta il paradigma tradizionale del ringiovanimento facciale. L’obiettivo non è trasformare il volto né riportarlo artificialmente indietro nel tempo, ma conservare il più a lungo possibile le caratteristiche che lo rendono riconoscibile e armonioso.

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