Oltre 5,6 milioni di persone hanno rinunciato nel 2025 a una visita o a un esame necessario. Mentre le Regioni chiedono più risorse nella manovra 2027. Resta una domanda: quanti di quei miliardi riusciranno a tradursi in cure disponibili quando servono? Il 30 ottobre sei presidenti hanno chiesto a Massimiliano Fedriga di convocare con urgenza la Conferenza delle Regioni per la tenuta dei servizi. La richiesta regionale era di 6,8 miliardi aggiuntivi nel 2027 e 18 nel triennio; il disegno di legge ne aggiunge 2,365 nel primo anno, oltre a un miliardo già previsto. Il finanziamento sanitario raggiungerebbe così 146,3 miliardi: il massimo nominale, ma meno di quanto richiesto. Il 25 ottobre la Conferenza aveva segnalato che, prima della nuova manovra, il finanziamento passava dal 6,14% del Pil nel 2026 al 5,86% nel 2028, mentre la spesa attesa cresceva di più. Le Regioni chiedono anche meno vincoli sul personale e segnalano anticipazioni per la non autosufficienza fino a un miliardo l’anno.
Quasi uno su dieci rinuncia a visite ed esami
Il rapporto BES dell’Istat 2026, dedicato al benessere equo e sostenibile, fotografa le difficoltà di accesso. Nel 2025 ha rinunciato a una prestazione necessaria il 9,6% della popolazione, sostanzialmente stabile sul 2024. Il 6,5% indica lunghe attese e il 5,2% ragioni economiche: le motivazioni possono sovrapporsi e le percentuali non vanno sommate.
Al Nord rinuncia l’8,7%, al Centro il 10,7%, nel Mezzogiorno il 10,3%. La Sardegna sale dal 17,2% al 19,5%, quasi una persona su cinque; nelle Marche si passa dal 10,6% al 12%. Fra le donne la quota raggiunge l’11,2%, contro l’8,1% degli uomini. Tra gli anziani del Mezzogiorno arriva al 14,1% per i meno istruiti, contro l’8,7% di chi ha titoli elevati.
Le liste migliorano ma non raccontano tutto
Il bollettino AGENAS al 30 settembre 2026 segnala un miglioramento delle liste d’attesa. Nei primi nove mesi le prenotazioni di visite ed esami salgono da 19,7 a 21,8 milioni. Quelle nei tempi massimi passano dal 76,9% al 78,6% per le prime visite e dall’83,3% all’85% per gli accertamenti. Restano però oltre 3,19 milioni di prenotazioni oltre i termini: 2,11 milioni di prime visite e 1,084 milioni di esami. Persistono divari regionali e differenze nelle classi di priorità. Solo il 69,3% delle colonscopie e il 69,9% delle visite dermatologiche rispettano i tempi massimi. BES e AGENAS osservano fenomeni diversi, perciò i risultati non si contraddicono. AGENAS misura prenotazioni e tempi; Istat conta anche chi rinuncia per attese, costi o distanza dai servizi. Chi non arriva a prenotare può restare fuori dalle agende, ma non dal bisogno di cura. Più attività, quindi, non equivale automaticamente a meno bisogni insoddisfatti: per valutarlo servono anche dati sulle rinunce e sull’accessibilità reale.
Lombardia e Calabria il confronto che inganna
Per spiegare i divari occorre incrociare indicatori diversi. Spesa corrente dei Servizi sanitari regionali (Ssr), Pil territoriale, mobilità e Livelli essenziali di assistenza (Lea) sono confrontabili su base 2024; il BES Istat del 26 ottobre aggiorna rinunce e assistenza domiciliare al 2025. Il rapporto fra spesa Ssr e Pil locale non coincide con la quota del Fondo sanitario sul Pil nazionale e non include la spesa privata. Nel 2024 la spesa Ssr pesa per circa il 4,7% del Pil lombardo, contro il 10,4% di quello calabrese. Per abitante, infatti, le cifre sono assai più vicine: 2.427 euro in Lombardia e 2.243 in Calabria. A spiegare la forbice è il Pil per abitante: 50.400 euro nella prima e 21.700 nella seconda. Un’incidenza doppia sul Pil non significa avere il doppio delle risorse per cittadino, né misura l’efficienza del servizio.












