Storie Web giovedì, Ottobre 15

Tuttavia, la necessità di grandi capitali c’è, ammette la stessa Golfetto. Perché occorre rinnovare le strutture, adeguandole a un mercato che sta cambiando, osserva Francesco Conci, amministratore delegato di Fiera Milano, e chiede spazi e servizi innovativi, per gestire non solo manifestazioni B2B ma anche eventi consumer, spettacoli dal vivo, competizioni sportive, congressi e fiere con format ibridi.

Le possibili evoluzioni del sistema

Quindi, prima o poi, in qualche modo anche il nostro Paese dovrà partecipare a questo fenomeno, possibilmente per gestirlo e non subendolo. Apripista in questo senso è stata BolognaFiere, che nel 2022 ha aperto l’azionariato al colosso britannico Informa, diventato l’anno successivo socio a tutti gli effetti del gruppo bolognese con una quota del 15,6% circa.
«Ci sono tanti modi per essere competitivi – osserva Golfetto -. Si possono fare partnership a livello internazionale, cosa che i tedeschi fanno da decenni e che anche le nostre fiere hanno cominciato a fare negli ultimi anni, con risultati interessanti». Partnership per portare all’estero format fieristici di successo (come fanno i gruppi principali – Milano, Bologna, Rimini-Vicenza, Verona, Parma). Ma anche partnership per gestire al meglio, sul territorio italiano, gli spazi espositivi, che sempre più stanno aprendo i propri quartieri e padiglioni agli eventi dal vivo, sia per intercettare una domanda crescente da parte del mercato, sia per massimizzare i profitti e i margini, utilizzando le venue tutto l’anno e non solo durante le manifestazioni.
«Il modello fieristico italiano, caratterizzato da frammentazione, dimensioni ridotte delle aziende e la sua frammentazione, ma anche la partecipazione di soci pubblici, sono funzionali al sistema economico del Paese, un sistema manifatturiero fondato su un tessuto di piccole e medie imprese – osserva John Shehata, adjunct faculty member della Luiss Business School -. Ma l’economia non si ferma e credo che dovremo inevitabilmente arrivare a una evoluzione del settore anche in Italia». Una soluzione possibile, suggerisce Shehata, potrebbe essere un dépeçage ,una separazione tra la struttura e l’infrastruttura. «L’infrastruttura dovrebbe rimanere pubblica, e questo permetterebbe di mantenere la valorizzazione del territorio e del tessuto imprenditoriale nazionale, mentre l’organizzazione degli eventi, di alcune manifestazioni e congressi, potrebbe diventare privata».

Fenomeno positivo, ma serve il Golden Power

«Il fatto che ci sia interesse da parte degli investitori sul sistema fieristico, anche quello italiano, è un ottimo segnale», osserva Giovanni Bozzetti, presidente di Fondazione Fiera Milano. «Le fiere italiane, purtroppo, sono ancora molto poco internazionalizzate, al di là di qualche iniziativa brillante. Dovremmo investire di più in questa direzione, acquisire manifestazioni all’estero e aprire i capitali a operatori esteri», aggiunge. Ma qui arriva anche il rovescio della medaglia, il rischio cioè che operatori internazionali possano sottrarre il controllo di manifestazioni di grande successo, che sono punti di riferimento globali per i rispettivi settori (dal Salone del Mobile di Milano a Vinitaly, da Cosmoprof a Vicenzoro o Cibus, solo per citare alcune punte di diamante del nostro sistema fieristico).
«Le fiere sono straordinari strumenti di politica industriale, in grado di catalizzare l’attenzione del mondo su intere filiere produttive italiane – dice Bozzetti -. Non possiamo rischiare che alcune nostre manifestazioni o, peggio ancora, quartieri fieristici, siano venduti a operatori esteri». Da qui la proposta di Bozzetti istituire una forma di Golden Power sulle fiere, come avviene par altri settori strategici, come energia, Tlc e difesa, per evitare che l’eventuale investitore estero acquisisca più del 51% del capitale, «per non dissipare un patrimonio di ricchezza per l’industria e per i territori».

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