In questo quadro già teso, la posizione italiana è la più critica dell’intero campione. Solo il 24% dei leader dichiara di avere una strategia per comunicare con chiarezza ai dipendenti le opportunità legate all’Ai, contro il 36% globale; solo il 29% ritiene che i propri collaboratori comprendano come il loro lavoro contribuisca al successo dell’azienda, rispetto al 44% rilevato nel resto del campione. Il dato più basso in assoluto – non solo per l’Italia, ma tra tutti i tredici Paesi analizzati – riguarda la fiducia nel proprio processo di sviluppo delle competenze di adattabilità e apprendimento continuo: appena il 12% dei dirigenti italiani si dichiara molto fiducioso al riguardo.
Colpisce anche la differenza di prospettiva sull’opportunità stessa offerta dall’intelligenza artificiale. Per i leader italiani la priorità resta difensiva: automatizzare le attività HR di routine per guadagnare efficienza (24% delle risposte). A livello globale, invece, la lettura prevalente è opposta: l’Ai viene vista soprattutto come leva per consentire ai dipendenti di gestire in autonomia la propria crescita e il proprio apprendimento (36%).
Il dato che ribalta la narrazione più scontata, quella di lavoratori refrattari al cambiamento, arriva dal “Workforce Trends Report” dello stesso gruppo: il 79% dei lavoratori italiani si dichiara disposto ad adattarsi all’impatto dell’intelligenza artificiale. A livello globale, il 70% dei lavoratori si sente già pronto a collaborare con agenti intelligenti, ma solo il 39% dei leader ritiene che i propri dipendenti sarebbero effettivamente a loro agio nel farlo. Il divario, insomma, non corre tra le persone e la tecnologia, ma tra la velocità con cui i vertici aziendali intendono adottare l’Ai e la chiarezza con cui riescono a comunicarne il valore a chi lavora ogni giorno con loro.
Lo studio isola anche un gruppo di organizzazioni che sembra aver trovato la formula giusta: quelle che investono in tecnologia mettendo contestualmente le persone al centro, con una misurazione sistematica della fiducia interna. In questo sottogruppo, il 76% dichiara di avere una forza lavoro altamente adattabile, contro il 42% delle altre aziende; il 49% adotta un approccio maturo alla misurazione della fiducia, contro il 18%. Ma anche questo segnale positivo va ridimensionato: la quota di aziende che rientra in questa categoria “d’élite” è scesa di quattro punti percentuali nell’ultimo anno, segno che il passaggio dall’entusiasmo dichiarato all’esecuzione su scala resta, ovunque, il vero collo di bottiglia.
«Quando un’organizzazione spinge sull’adozione dell’intelligenza artificiale senza procedere di pari passo con i propri dipendenti, non sta realmente accelerando: sta aggiungendo complessità senza controllo», ha commentato Angelo Lo Vecchio, Country President di The Adecco Group Italia, citando il 12% italiano come «il valore più basso tra tutti i Paesi analizzati». Per Lo Vecchio non si tratta di una questione di resistenza al cambiamento, ma di «un deficit di chiarezza e coraggio strategico»: la governance dell’Ai in azienda, secondo il manager, dovrebbe misurare la fiducia interna con la stessa disciplina riservata ai risultati finanziari.









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