Il sito e la presentazione della Reflect Orbital sono espliciti: sappiamo che creerà problemi a qualcuno, dicono onestamente, ma pensate ai vantaggi. Non hai bisogno di infrastrutture a terra, vero; è facilmente configurabile, vero; in agricoltura estendi le stagioni, forse vero ma non si capisce se desiderabile; si potrà lavorare 24 ore al giorno, specie nel settore edilizio, e su questo qualcuno potrà avere anche da ridire. Promettono poi di lasciare qualche zona libera per chi volesse ancora guardare o studiare il cielo.

In questo si vede un primo problema, gravissimo. La situazione internazionale, che nessuno pare al momento voler cambiare, è incredibile: oggi posso accumulare finanziamenti per occupare quasi militarmente il cielo, mi basta la licenza del mio ente nazionale, in questo caso americano, e poi chiunque può andare a illuminare a giorno un’area di terreno dall’altra parte del mondo, per un qualunque scopo.

Oltretutto il monopolio del cielo si avvicina, perché oramai di satelliti non ce ne stanno tanti altri: le orbite sono come strade in cui, se mettiamo troppe auto e camion a circolare, prima o poi si scontrano. Ma nello spazio gli effetti a catena sono disastrosi, dato che i pezzi di satelliti che escono dagli scontri non si fermano come sulla Terra, perché non c’è attrito nello spazio e diventano proiettili micidiali.

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I piani, quasi tutti americani, di queste costellazioni non hanno bisogno di un accordo generale o di seguire regole comuni. Con le frequenze radio, un altro bene comune limitato, ci si accorse subito che sarebbe stato il caos totale se non ci si fosse accordati e non si fosse messo in piedi subito un ente internazionale, per dare i permessi di utilizzo di frequenze ben definite, secondo regole condivise. Fu così che, per fortuna, nacque l’ITU, Unione Internazionale delle Telecomunicazioni.

Con lo spazio è dura, dato che l’Ente nazionale americano, la citata FCC, non pensa sia il caso di applicare allo spazio norme già adottate sulla Terra, ad esempio di tipo ambientale. Il cielo, per la FCC, non è un ambiente naturale di cui fruire con cura, ma è a disposizione di chi se lo piglia.

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