Andiamo a fondo: “quali inferenze su abitudini, lavoro, interessi, luogo, fascia d’età, situazione familiare o stato di salute potresti aver tratto dalle nostre conversazioni? Elencale soltanto se hanno una base nei messaggi. Per ogni inferenza, spiega quali segnali l’hanno prodotta e quanto è incerta”.
Qui il chatbot dovrebbe esporre il profilo che ha costruito su di noi, ad esempio in base a domande fatte su farmaci, sport, viaggi. Problemi di coppia (appunto).
Ultimo passaggio: capiamo quanto può essere pericoloso ciò che il chatbot ha imparato su di noi. “Se dovessi preparare un riepilogo da controllare prima di condividerlo con un datore di lavoro, un assicuratore o un estraneo, quali informazioni personali o sensibili includeresti? Separa ciò che ricordi da ciò che stimi e non inserire dati che non puoi ricondurre alle nostre interazioni”.
Attenzione: non inseriamo nuove informazioni personali per chiedere se il chatbot le conosce. Come diagnosi, coordinate precise, dati finanziari, documenti d’identità, informazioni aziendali riservate o conversazioni di terzi. Magari non le conosceva, ma ora sì.
A questo punto possiamo provare a pulire un po’ di informazioni “scomode”.
