Storie Web venerdì, Novembre 6

L’arancione è il nuovo bianco. Nell’arcobaleno della transizione energetica, dove l’idrogeno “verde” (da elettrolisi) fatica a decollare per i costi stratosferici degli impianti e l’idrogeno “bianco” (quello geologico naturale) sta scatenando una nuova corsa all’oro, si profila anche un terzo colore. La nuova frontiera è l’idrogeno “arancione”: un processo ingegnerizzato che mira a produrre questo vettore pulito direttamente nelle viscere del pianeta, trasformando la Terra stessa in un reattore permanente e rinnovabile.

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Indurre una reazione chimica sottoterra

L’idea è di riprodurre artificialmente la serpentinizzazione, cioè la reazione chimica che si sviluppa quando l’acqua penetra nel sottosuolo e incontra rocce ricche di ferro, producendo idrogeno e ruggine. In natura, questo processo impiega millenni, ma c’è chi punta ad accelerarne artificialmente i tempi, tramite l’iniezione controllata di acqua e catalizzatori economici. E’ il caso di Florian Osselin, lo scienziato francese che ha coniato il termine idrogeno arancione in uno studio pubblicato nel 2022 su Nature e che ha fondato a Orléans la start up Vema Hydrogen.

Produrre idrogeno a meno di un dollaro al chilo

«La Terra genera idrogeno in continuazione -, spiega Osselin. – Ma le reazioni vicine alla superficie sono troppo lente per generare volumi significativi». L’approccio ingegnerizzato le accelera: iniettando acqua non potabile (salmastra o reflua) insieme a un catalizzatore proprietario, la reazione viene stimolata in tempo reale, garantendo flussi d’estrazione prevedibili e continui. Come sintetizzato dallo stesso Osselin: «Se l’idrogeno bianco è l’estrazione dell’oro, noi facciamo l’alchimia». L’obiettivo economico è sbalorditivo: produrre idrogeno a meno di un dollaro al chilo, surclassando i combustibili fossili.

L’impianto canadese

Il passaggio dalla teoria alla pratica sta avvenendo in un luogo dal forte valore simbolico: Thetford Mines, in Quebec, un’area un tempo nota per l’estrazione dell’amianto e oggi riconvertita a laboratorio della transizione ecologica. Qui, sfidando temperature invernali rigidissime, i tecnici di Vema hanno perforato i primi due pozzi pilota per testare l’idrogeno arancione, spingendosi a circa 300 metri di profondità nell’anticamera di roccia ricca di ferro. I carotaggi estratti nel 2026 hanno confermato le aspettative dei modelli chimici. «I campioni sono esattamente ciò che prevedevamo e sono estremamente promettenti per le rese di idrogeno», ha dichiarato entusiasta Pierre Levin, amministratore delegato di Vema.

L’azienda sta raccogliendo i dati per validare il processo su scala commerciale, puntando ad avviare le prime vendite stabili nel 2028, con una produzione iniziale di circa 10 tonnellate al giorno. I piani futuri guardano già alla West Coast americana (Oregon, Washington, California), aree caratterizzate da geologie ideali, a ridosso dei grandi centri urbani.

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