Tre giorni di carburante e gli ospedali di Gaza si fermeranno. È una delle pesanti conseguenze della chiusura dei valichi decisa da Israele dopo l’inizio dell’offensiva contro l’Iran. Se la lenta e inadeguata riapertura del traffico di persone e merci, in seguito all’accordo di tregua, aveva dato un sollievo alla popolazione della Striscia, il recente blocco alza nuovamente le sbarre della grande prigione a cielo aperto.
A lanciare l’allarme è l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha) che ha avvertito che l’escalation regionale in corso sta incidendo direttamente sulla situazione umanitaria a Gaza. La rotazione del personale dell’Onu è stata rinviata, così come quella delle ong presenti sul campo e il consumo di carburante è stato razionato, con ripercussioni sul funzionamento delle strutture sanitarie, degli impianti di desalinizzazione dell’acqua, dell’attività dei panifici. Qualcosa, però, potrebbe cambiare già da oggi. Il Cogat ha annunciato l’apertura del valico di Kerem Shalom per l’ingresso graduale degli aiuti umanitari. «Per noi è urgente e dobbiamo far entrare le forniture il più rapidamente possibile» ha dichiarato Samer Abdel Jaber, direttore regionale del Programma Alimentare Mondiale dell’Onu per il Medio Oriente, Nord Africa ed Europa orientale. Previsto, secondo la newsletter dell’Ocha, anche l’ingresso di 14 camion di carburante destinato alle Nazioni Unite e ai suoi partner nella Striscia.
Ma a pesare sulla popolazione sono anche i prezzi. «Alla notizia della nuova chiusura dei valichi – spiega Riccardo Sartori, infermiere di Emergency a Deir al-Balah – e memore della grande carestia già subita, le persone sono andate in massa al mercato per acquistare il maggior numero di alimenti e beni di prima necessità. La conseguenza è stata che i prezzi sono cresciuti a dismisura. Un chilo di pomodori che una settimana fa costava 5 shekel, ore ne costa 15». Ma a mancare sono anche i medicinali. La graduale e limitata ripartenza del traffico aveva consentito l’arrivo di quantità minime, ma oggi mancano anche quelle. «Ci sono farmaci che sono già finiti e altri che finiranno a breve – spiega Sartori -. Non abbiamo più quelli per il parkinson, gli antinfiammatori e gli antidolorifici, e siamo alla fine delle scorte di quelli contro l’ipertensione e le malattie cardiovascolari. Scarseggiano anche gli antibiotici, quindi spesso prescriviamo la seconda o la terza scelta, in mancanza di quelli specifici».
Le condizioni di vita della popolazione restano drammatiche. Il 90% degli abitanti è sfollato e in gran parte vive in tende con precarie condizioni igieniche, spesso accampato ai bordi delle enormi discariche, con un conseguente incremento delle malattie. Solo 260 dei 690 punti sanitari nella Striscia sono funzionanti, ma la maggior parte è parzialmente operativa. C’è poi un enorme problema di spazio. Se il 50% della popolazione, circa 2 milioni di persone, vive nel 50% della Striscia – il resto è occupato da Israele – questa metà va condivisa con l’enorme quantità di rifiuti e di macerie. Anche l’alimentazione inadeguata resta un problema: il 4,4% dei bambini mostra segni di malnutrizione severa o moderata.
Cresce ancora il bilancio delle vittime. L’ultimo aggiornamento di ieri, che contava il numero dei morti delle ultime 24 ore, riferiva di 18 corpi arrivati negli ospedali insieme a due feriti. Dall’inizio della guerra il numero complessivo è arrivato a 72.116, mentre dal cessate il fuoco sono state uccisi 631 palestinesi.









