Storie Web martedì, Luglio 7

Siamo lontani dai picchi del 2022, quando l’invasione russa in Ucraina fece schizzare in alto il prezzo del gas. Allora, infatti, la quotazione al mercato di Amsterdam, il parterre principale del Vecchio Continente per questa risorsa, arrivò sopra i 339 euro al megawattora.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La guerra in Iran ha rimesso pressione sui costi dell’energia e soprattutto sul prezzo del greggio, che appena un paio di mesi fa era tornato oltre i 100 dollari al barile come allora, a causa della chiusura dello stretto di Hormuz, dal quale passano le navi cisterna. Gli accordi di massima tra Washington e Teheran, però, hanno dato una sberla al barile. Il petrolio è sceso ai minimi da quattro mesi (il Wti Usa a 67 dollari e il Brent d Londra a 70).

Il gas, invece, è salito sopra i 60 euro nel marzo scorso e ora si mantiene intorno ai 40 euro. È raddoppiato rispetto ai 20 euro medi di prima del Covid e di tutte le tensioni internazionali successive che hanno interrotto le forniture. A sostenere il gas c’è soprattutto il maggior consumo per l’ondata di calore che ha avvolto il globo, mentre sul petrolio i nodi non si possono considerare sciolti del tutto.

Gas catalizzatore dei rischi

Sul prezzo del gas si scaricano molte delle turbolenze globali, tra le quali dobbiamo includere la morsa di caldo estremo che ci costringe a un maggior consumo di energia elettrica per cercare di attutire i numerosi effetti negativi sulla vita quotidiana.

Norbert Rücker, responsabile economics and next generation research di Julius Baer, spiega che sul mercato del gas naturale si riflettono rischi difficili da controllare, dalla geopolitica alle condizioni meteorologiche. «Con la rapida riapertura dello Stretto di Hormuz – afferma Rücker -, l’attenzione si sposta dalla geopolitica alle condizioni meteorologiche estive, in un contesto in cui il cambiamento climatico modifica in modo innegabile i profili di rischio. La guerra con l’Iran e il temporaneo blocco delle esportazioni del Qatar hanno determinato un deficit dell’offerta, compensato da una combinazione di maggiori esportazioni da altre aree, la sostituzione della domanda di combustibili, in particolare nelle centrali elettriche, e il ricorso alle scorte in stock, sebbene in misura molto più contenuta rispetto al petrolio».

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