Non sa nemmeno lei come definire quello che ormai, con una certa frequenza, accade nella sua proprietà, Tenuta Badia, 60 ettari di agrumeti e uliveti a Rosarno: intimidazioni, ritorsioni, attentati? Patrizia Rodi Morabito, imprenditrice agricola in un’area della Piana di Gioia Tauro fertile e rigogliosa, infestata però da caporali e varia criminalità, ha il passo felpato. È cauta nel raccontare le vessazioni che subisce in quei terreni che il padre 14 anni fa le ha consegnato: tagli di ulivi, piantagioni di kiwi e melograni date alle fiamme, furti di quintali di agrumi e attrezzature. Nell’ultimo mese tre incendi. «E solo per citare i fatti più eclatanti – spiega -. Provocati da chi? Non lo so. Nessuno li ha rivendicati», afferma l’imprenditrice rosarnese. Che è stanca ma non arretra.
Ripartire dalle ferite inflitte alla terra
«Loro mi bruciano i kiwi? E io bonifico il terreno e ci impianto un altro frutteto. Mi tagliano gli ulivi e io li rimpiazzo. Ricomincio sempre da dove mi creano il problema. Riparto dalle ferite inflitte alla mia terra». E alla terra si rivolge con amore e rispetto, seguendo gli insegnamenti dell’agroecologia. Usa metodi naturali per arricchire il terreno, difendere le colture dai parassiti ed evitare i prodotti chimici di sintesi.
L’agroecologia di Pierre Rabhi nella Piana di Gioia Tauro
Rispetto della biodiversità e dei diritti di chi lavora la terra, secondo le teorie del filosofo contadino francese Pierre Rabhi, di origini algerine, elaborate a partire dal pensiero di Ehrenfried Pfeiffer, teosofo statunitense, e dal filosofo austriaco Rudolf Steiner. Rabhi è stato il fondatore dei Colibris, una rete alternativa globale che pratica nuovi modelli di società fondati sull’autonomia alimentare, l’ecologia e l’umanesimo nel segno di una ‘sobrietà felice’: agricoltura unita all’ etica. Ed ecologia interiore.
Come una monaca benedettina
«Anche questo mio approccio dà fastidio. Io mi adatto alla terra, accompagno le piante nella loro crescita – spiega Rodi Morabito -, non le violento con la chimica, taglio l’erba solo quando serve, per mantenere il terreno più fresco e umido, eseguo con rigore le potature dei miei ulivi secolari, richiedendo le autorizzazioni previste, attendendo gli ispettori. Vogliono indebolirmi? Io invece faccio un passo avanti ogni giorno. Come una monaca benedettina».
Premio Lea Garofalo nel 2024, la donna che fu vittima di ‘ndrangheta, uccisa nel novembre del 2009 dal suo ex compagno, l’imprenditrice rosarnese colleziona riconoscimenti nel segno della legalità. Attestati che fanno un po’ da barriera di protezione, rendendo pubblica la sua attività e anche i danni subiti. Un’esposizione che Patrizia Rodi Morabito non avrebbe voluto, ma con cui deve convivere. Anche le forze dell’ordine non la perdono d’occhio. Sindacati e istituzioni le esprimono solidarietà in ogni occasione, contro la logica della sottomissione criminale. «Cammino sul filo di un rasoio. Ma ricevo tanti segnali di attenzione, tanta solidarietà e non ho paura per me stessa. Semmai inizia a sorprendermi l’accanimento, gli episodi che si verificano di continuo».






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