La regione più industriale d’Italia non è al riparo dalla frenata dell’economia. In Emilia-Romagna la manifattura è un vantaggio competitivo, con il 29% del valore aggiunto, ben nove punti oltre la media nazionale e davanti a Veneto e Marche. Eppure il Pil regionale è atteso crescere solo dell’1% tanto nel 2026 quanto nel 2027. È il paradosso che emerge dall’analisi di EY-Parthenon presentata nei giorni scorsi a Reggio Emilia. E la conclusione sul territorio emiliano romagnolo è quella che segue: una macchina produttiva capace di innovare e vendere all’estero, ma esposta al caro energia e alla debolezza dei maggiori mercati di sbocco. Meccanica, elettronica, alimentare e mezzi di trasporto alimentano filiere che hanno generato l’anno scorso 84 miliardi di esportazioni, circa il 42% del Pil della regione. Le cifre di Ey dicono che i macchinari valgono da soli il 27% delle vendite estere, contro il 15% italiano; seguono mezzi di trasporto (15%) e alimentare (14%). Ma proprio la forza dell’export è anche un punto di vulnerabilità: il 54% è destinato all’Unione europea, contro il 51% della media nazionale. La domanda tedesca è decisiva. Dopo la contrazione del 2,5% nel 2024, le esportazioni regionali sono risalite solo dell’1,3% nel 2025, contro il +3,3% italiano. L’alimentare ha sostenuto il recupero con 0,9 punti.
Il quadro territoriale è tra l’altro piuttosto disomogeneo. Nel quadriennio 2019-2023 Modena ha aumentato il valore aggiunto reale del 12%, con l’industria responsabile di 5,2 punti di crescita; Parma ha segnato +8,3%. Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma concentrano insieme il 67% del Pil regionale. Dall’altra parte c’è invece Ferrara, che registra una flessione del 2,5%, con un contributo industriale negativo di due punti, mentre le province romagnole presentano livelli di produttività inferiori alla media italiana. A Ravenna, l’industria ha contribuito per 2,3 punti all’aumento del valore aggiunto tra il 2019 e il 2023. È qui che si misura la sfida: difendere la competitività delle filiere mentre consumi e ordini dall’estero rallentano.
Il differenziale competitivo emerge soprattutto negli investimenti e nella ricerca. Pur con attese deboli sul fatturato, nel 2026 il saldo tra imprese che prevedono di aumentare gli investimenti e quelle che intendono ridurli resta positivo, a differenza dei servizi. La regione è prima in Italia per intensità di spesa in ricerca e sviluppo: 4,1 miliardi investiti nel 2023, terzo importo assoluto nazionale. La sola ricerca delle imprese assorbe l’1,6% del Pil, il doppio della media italiana. Il 19,4% delle aziende utilizza almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, contro il 16,4% nazionale. E il valore aggiunto per occupato è superiore del 7,5% alla media del Paese, quarto risultato tra le regioni. Resta il nodo della domanda interna. I consumi delle famiglie cresceranno, secondo Ey, dell’1,1% quest’anno e dello 0,9% l’anno prossimo, mentre il reddito reale disponibile resterà sostanzialmente fermo. L’industria regionale, dopo gli incrementi del valore aggiunto del 7,6% nel 2022 e dell’11,4% nel 2023, rallenterà all’1,4% quest’anno e all’1,7% nel prossimo, pur mantenendo un passo superiore alla media italiana. Ma è soprattutto dalle previsioni nazionali sugli investimenti che arriva il segnale più preoccupante dello studio. La società stima infatti che, dopo il +2,7% del 2026, la crescita si azzererà sostanzialmente nel 2027, fermandosi allo 0,1%. Una brusca frenata che rischia di compromettere le prospettive di sviluppo e di produttività del Paese, proprio mentre il Pil è atteso rallentare dall’1% allo 0,7%. Un segnale che chiama in causa anche l’Emilia-Romagna, dove la capacità di investire e innovare rappresenta il principale vantaggio competitivo del sistema manifatturiero.
