Cresce ancora il bilancio delle vittime dell’ultima epidemia di Ebola nella Repubblica democratica del Congo, classificata dalle autorità come una di quelle a «più rapida espansione» nella storia del virus. Gli ultimi dati diramati dalle autorità registrano un totale di 1.521 decessi e 3.442 contagi, con un rialzo delle morti al ritmo del 50% rispetto alla settimana precedente.
Le Nazioni unite hanno (ri)lanciato l’allarme sul contenimento del virus, dichiarando che la capacità di risposta all’emergenza deve essere accresciuta di «tre o cinque volte» per reggere il passo della sua diffusione. I dati diffusi dall’agenzia Associated Press registrano 797 pazienti in isolamento o ricovero ospedaliero a fronte di 615 guariti. Il tracciamento è più carente, con una quota del 78% dei contatti monitorati contro la soglia del 95% necessaria a interrompere la trasmissione. Una nota positiva arriva invece dall’Uganda: Kampala ha dichiarato la guarigione del suo ultimo caso, anche se l’Organizzazione mondiale della sanità ribadisce che il Paese deve considerarsi ancora a rischio.
La portata del virus
L’epidemia è stata dichiarata a metà maggio e nasce dalla variante Bundibugyo, ritenuta più insidiosa perché non esistono vaccini o trattamenti adeguati alla sua risposta. La gestione del virus è complicata dal bacino fisico di diffusione, la provincia dell’Ituri: una regione sul confine orientale della Repubblica democratica del Congo popolata di miniere artigianali, piagata da anni di conflitto armato e minacciata, ora, anche dall’avanzata dei ribelli filo-ruandesi degli M23 in guerra con i regolari congolesi nel Kivu. L’intreccio di disfunzioni logistiche e tensioni politiche sta intralciando gli interventi del personale sanitario, già bersaglio anche di aggressioni e penalizzata da risorse inferiori a quelle necessarie. Le Nazioni unite hanno rilevato che meno della metà dei 2,1 miliardi di dollari richiesti sono arrivati a destinazione nella Rd Congo.









