Storie Web venerdì, Giugno 26

Otto persone sono state arrestate oggi nell’ambito di una vasta operazione, denominata Punjabi, condotta nelle province di Barletta-Andria-Trani, Bergamo, Brescia, Ferrara, Genova e Messina. Il provvedimento cautelare in carcere è stato disposto dal gip del Tribunale di Savona su richiesta della Procura della Repubblica, al termine di una lunga e articolata indagine coordinata e condotta dal Nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri di Savona, con il supporto del Nil (Nucleo carabinieri ispettorato del lavoro) di Genova e Brescia. Contestualmente, è stata applicata la misura del controllo giudiziario nei confronti di due società, una con sede a Brescia e una a Genova, e disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, di 277mila euro, nei confronti della società bresciana.

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L’indagine ha avuto origine da un intervento effettuato nel maggio 2025 da una pattuglia dei carabinieri di Savona presso il cantiere edile situato nel porto di Vado Ligure (Savona), dove sono in corso i lavori per la realizzazione dei cassoni in cemento armato destinati alla costruzione della nuova diga foranea del porto di Genova. Un’opera del valore di 1,56 miliardi, inserita nel programma straordinario di investimenti per la ripresa e lo sviluppo dello scalo genovese e delle infrastrutture di collegamento con la città, gestita dalla Struttura commissariale per la ricostruzione di Genova, che fa capo al governatore della Liguria, Marco Bucci.

Sono stati alcuni lavoratori indiani, reclutati dalla società Jh costruzioni di Brescia, per lavorare nel cantiere di Vado, a rivolgersi ai carabinieri, i quali hanno dato avvio all’operazione Punjabi. I lavoratori erano stati estromessi dal posto di lavoro, allontanati dall’area di cantiere e chiusi fuori dall’alloggio che occupavano dopo che si erano rifiutati di cedere una parte del proprio stipendio ai referenti delle due ditte che li avevano reclutati che, tra l’altro, pretendevano anche una quota per i dispositivi di protezione individuale e del canone di affitto dell’alloggio intestato alla società.

Dopo queste deposizioni, si sono aggiunti altri 42 lavoratori di origine pachistana e indiana. Tutti hanno spiegato che i referenti della società bresciana, anche loro di origine indiane e pakistane, avrebbero reclutato manodopera tra i loro connazionali, tutti incapaci di parlare o capire l’italiano. Dalle deposizioni raccolte è emerso che i titolari della società avrebbero preso in affitto appartamenti vicino al cantiere dove fornivano manodopera in subappalto per stiparvi i lavoratori, anche 30 persone per appartamento, in condizioni insalubri. Gli operai erano privi di formazione e, in molti casi, sono stati stati muniti di falsa documentazione sulla formazione, in materia di sicurezza dei lavoratori ad alto rischio, rilasciata, a quanto risulta, da alcune società compiacenti del bresciano.

Alcuni lavoratori hanno confermato che, pur risultando ufficialmente dipendenti e retribuiti, dovevano restituire in contanti tra il 40 e 60% del loro stipendio ai “caporali” che riconoscevano loro, al massimo 5 o 7 euro all’ora, per 140-250 ore di lavoro al mese. Se rifiutavano rischiavano il licenziamento nonché di essere privati dell’abitazione e abbandonati sul territorio. A ciò si aggiungeva il timore di eventuali ritorsioni verso i familiari in India.

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