PARIGI – Di conflitti e cyberwar non si è ufficialmente parlato, e c’era da aspettarselo in un evento organizzato da Check Point Software Technologies, azienda israeliane e uno dei principali operatori mondiali della sicurezza informatica. Gli interventi che lo scorso 8 luglio si sono susseguiti sul palco di Engage 2026 davanti a 900 responsabili della sicurezza provenienti da tutto il mondo, a cominciare da quello di apertura del Ceo della compagnia con sede a Tel Aviv, Nadav Zafrir, hanno però offerto una chiave di lettura non scontata dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulla cybersecurity. Il concetto attorno al quale ragionare è infatti il seguente: “collapse of scarcity”, il crollo della scarsità. L’AI, in altre parole, ha eliminato le barriere che un tempo limitavano gli autori degli attacchi, azzerando o quasi la necessità di competenze, infrastrutture e capitali che un tempo erano componenti cruciali per sferrare un attacco sofisticato. Secondo Zafrir è quindi questo, più ancora della crescente potenza dei modelli generativi, il cambiamento destinato a ridefinire gli equilibri tra attaccanti e difensori: l’intelligenza artificiale rende accessibili capacità offensive che fino a pochi anni fa erano a uso esclusivo di un numero ristretto di gruppi altamente qualificati. Cosa cambia tale cambiamento di scenario per le imprese? Tanto, perché comporta una modifica profonda delle strategie di difesa e impone un ripensamento di modelli operativi consolidati da decenni.
Il vantaggio degli attaccanti cambia natura
Per anni la capacità di individuare vulnerabilità software, sviluppare exploit o condurre campagne particolarmente sofisticate è rimasta nelle mani di organizzazioni dotate di elevate competenze tecniche e ingenti risorse. Ora l’AI sta abbassando drasticamente questa barriera d’ingresso e strumenti che fino a ieri appartenevano a pochi sono oggi disponibili a chiunque possa utilizzare un modello di AI. L’allarme che hanno lanciato gli esperti di Check Point risponde a una duplice discontinuità: da una parte si assiste a una progressiva democratizzazione delle capacità offensive, dall’altra gli attacchi assumono una dimensione industriale, perché possono essere generati, adattati e replicati su larga scala con costi e tempi sempre più ridotti. In questo contesto cambia inoltre anche il valore delle vulnerabilità “zero-day”, che oggi possono essere sfruttate immediatamente, nella consapevolezza che nuovi strumenti consentiranno di individuarne rapidamente altre. L’effetto è un’accelerazione continua del ciclo di vita degli attacchi.
Secondo il Ceo di Check Point, il dibattito sull’AI tende ancora a concentrarsi sulle potenzialità delle nuove tecnologie, mentre il vero punto di discontinuità riguarda la trasformazione dell’economia stessa dell’offesa. “L’hype sull’intelligenza artificiale potrà anche diminuire, ma il collasso della scarsità continuerà a produrre effetti profondi sulla cybersecurity. L’unico modo per orientarci in ciò che ci aspetta – ha osservato Zafrir – è padroneggiare i fondamenti, mentre costruiamo un futuro che non abbiamo ancora immaginato completamente”.
La velocità diventa il nuovo terreno dello scontro
L’intelligenza artificiale, questo un altro crocevia dell’analisi emersa nel corso dell’evento di Parigi, cambia anche il ritmo con cui si sviluppa il confronto tra chi offende e chi difende perché permette ai primi di sperimentare migliaia di varianti di uno stesso attacco, apprendere dagli insuccessi e adattarsi in tempi incompatibili con le capacità decisionali umane. Ai secondi, invece, come ha ricordato in un passaggio del suo intervento Zafrir, resta invece l’onere di proteggere ogni possibile punto di accesso, con l’obbligo di funzionare sempre. Da qui nasce la convinzione che il settore della cybersecurity stia attraversando una fase di transizione nella quale i paradigmi costruiti negli ultimi trent’anni restano validi, ma non sono più sufficienti a descrivere una realtà profondamente cambiata.
L’impatto degli agenti autonomi
I principi della cybersecurity, nonostante questo stravolgimento di paradigma, devono secondo Check Point non devono essere riscritti da zero, al contrario. Gestione delle vulnerabilità, prevenzione, monitoraggio continuo e patch management restano i pilastri della difesa mentre cambiare è la scala temporale nella quale queste attività devono essere svolte.












