Dall’intelligenza artificiale alle criptovalute, dai deepfake allo «smurfing algoritmico»: il criminologo Vincenzo Musacchio descrive la trasformazione delle mafie in holding tecnologico-finanziarie che reclutano hacker anziché killer. E indica le priorità per una risposta efficace: cooperazione internazionale, responsabilità delle big tech e nuovi reati con strumenti di confisca dei beni digitali.
L’evoluzione della criminalità organizzata non passa più soltanto dal controllo del territorio o dalla violenza manifesta, ma da algoritmi, big data e finanza digitale. Vincenzo Musacchio analizza la continua e costante trasformazione delle nuove mafie in strutture economico-finanziarie ad alta tecnologia digitale.
Professor Musacchio, lei sostiene da qualche tempo che le mafie abbiano progressivamente sostituito le armi con gli algoritmi. Qual è in questo momento il ruolo dell’intelligenza artificiale nelle loro strategie criminali?
L’intelligenza artificiale non è più una prospettiva futura per le mafie, ma uno strumento operativo quotidiano e in perenne evoluzione. Le organizzazioni criminali contemporanee hanno compreso che la violenza fisica genera allarme sociale e reazione da parte dello Stato. L’intelligenza artificiale, invece, consente loro di agire sottotraccia, analizzando grandi moli di dati per individuare imprese in difficoltà finanziaria, settori economici vulnerabili o mercati legali da penetrare silenziosamente. Questo nuovo strumento informatico è utilizzato anche per ottimizzare la gestione delle catene di approvvigionamento del traffico di sostanze stupefacenti, automatizzare attacchi informatici su vasta scala, generare contenuti sintetici (deepfake) per truffe o estorsioni avanzate e persino per applicare tecniche di elaborazione del linguaggio all’analisi delle dinamiche politiche e sociali di un territorio. L’uso dell’intelligenza artificiale da parte delle organizzazioni criminali e mafiose rappresenta oggi una delle minacce più concrete e complesse per la sicurezza globale. Senza limiti o regolamentazioni efficaci, le mafie possono trasformare questo strumento in un’arma letale in grado di moltiplicare la loro potenza, automatizzando e rinvigorendo attività illecite che un tempo richiedevano enormi risorse umane.
Come cambia la figura del «soldato di mafia» in questo ambiente dominato dalle nuove tecnologie informatiche?
Cambia, e anche notevolmente. Assistiamo a un mutamento antropologico e strutturale: meno killer ed esecutori materiali, più professionisti ad alto profilo tecnico. Le cosche non cercano più solo la manovalanza di strada, ma reclutano hacker, ingegneri informatici, esperti di crittografia e analisti finanziari. Questi esperti, spesso, non sono affiliati con i tradizionali rituali di mafia, ma operano come consulenti esterni o «mercenari digitali» ingaggiati nel dark web o tramite strutture societarie di copertura. Questo modello rende la struttura della criminalità organizzata estremamente flessibile e transnazionale, assimilabile sempre di più a quella delle multinazionali.
In che modo l’economia digitale e le criptovalute stanno ridefinendo i metodi di riciclaggio del denaro sporco?
Il riciclaggio ha compiuto un salto quantico. Se un tempo servivano «spalloni» o complesse reti di banche compiacenti per spostare contanti, oggi bastano pochi clic per trasferire milioni di euro attraverso criptovalute, piattaforme di finanza decentralizzata (DeFi) e protocolli di offuscamento (mixer e tumbler). L’intelligenza artificiale permette di frazionare e movimentare i proventi illeciti in micro-transazioni automatizzate, eseguite in tempi infinitesimali su scala globale (smurfing algoritmico), rendendo quasi impossibile la tracciabilità per le Unità di Informazione Finanziaria (UIF). Investimenti in e-commerce, mercati digitali o attività apparentemente legali, inoltre, consentono di ripartire e «pulire» i capitali con un rischio di intercettazione bassissimo.
Gli apparati statali e la legislazione antimafia sono in grado di contrastare questa minaccia?
Esiste un divario temporale e operativo, è inutile nasconderlo. La legislazione antimafia, anche in Italia, è storicamente tarata sull’intimidazione fisica, sul controllo territoriale sfacciato e sull’associazione per delinquere di stampo tradizionale (come l’art. 416-bis c.p.). Le norme attuali faticano a stare al passo con la velocità dell’innovazione cibernetica. Occorre adeguare non solo i quadri normativi nazionali e internazionali, ma anche le competenze della magistratura e delle forze dell’ordine. Serve formare investigatori capaci di muoversi tra blockchain, analisi dei dati informatici e digital forensics con la stessa disinvoltura con cui un tempo si facevano appostamenti o intercettazioni ambientali.
Quali dovrebbero essere le priorità strategiche per la prevenzione e il contrasto a livello globale?
Serve una risposta strutturata su più direttrici fondamentali. Il crimine informatico non riconosce confini statali e le rogatorie tradizionali sono troppo lente: occorrono protocolli di condivisione immediata dell’intelligence finanziaria e cibernetica tra Stati. Serve, cioè, una cooperazione internazionale reale. Le grandi piattaforme tecnologiche e gli exchange di criptovalute, inoltre, devono assumere responsabilità dirette nella prevenzione, integrando sistemi di monitoraggio algoritmico sui flussi anomali e collaborando tempestivamente con le autorità: occorre un partenariato effettivo con le big tech. È infine indispensabile codificare i nuovi crimini informatici, come l’estorsione cibernetica, la penetrazione informatica nei mercati e il terrorismo o la mafia digitale, quali fattispecie di reato ad alta pericolosità sociale, con strumenti di sequestro e confisca dedicati ai beni digitali (wallet, domini, asset virtuali). Questo sarebbe già un buon punto di partenza.
Venerdì 9 e sabato 10 ottobre lei è a Siena come relatore alla due giorni nazionale promossa dalla CGIL sulla legalità digitale e la criminalità organizzata contemporanea, anche con gli studenti. Che cosa dirà a questi ultimi su temi così innovativi?
Dirò loro con estrema franchezza che non viviamo più la nostra vita online come in uno spazio separato, ma siamo sempre più immersi in una nuova dimensione in cui esperienze reali e virtuali, relazioni, lavoro, studio, informazione, economia e finanza s’intrecciano di continuo. In questo nuovo scenario, l’intelligenza artificiale entra anche nei processi decisionali, genera contenuti e influenza persino i comportamenti. I giovani devono sapere che anche la criminalità organizzata si evolve e già sfrutta queste tecnologie avanzate, utilizza nuovi strumenti finanziari e ambienti digitali, senza rinunciare ai tradizionali metodi di controllo, intimidazione, sfruttamento e riciclaggio. Questi nuovi aspetti inevitabilmente riguardano, e riguarderanno, anche il loro futuro.
Vincenzo Musacchio, professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, è associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS), Rutgers University di Newark (USA).











