Storie Web giovedì, Settembre 24

C’è chi esporta petrolio. C’è chi esporta tecnologia. E c’è chi esporta manodopera qualificata. L’India – un Paese non così ricco di materie prime e ancora in ritardo rispetto ai campioni asiatici ed europei della manifattura – si sta specializzando nel fornire capitale umano a Paesi avviati su una traiettoria demografica opposta alla propria. Secondo le previsioni dell’International Labour Organization (Ilo) e del Boston Consulting Group (Bcg), il fenomeno del pensionamento dei baby boomer e della loro solo parziale sostituzione da parte delle coorti successive sta creando le condizioni perché nei Paesi ad alto reddito si vada creando un vuoto che potrà essere colmato solo in parte mediante i processi di automazione e l’adozione dei sistemi di intelligenza artificiale.

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Colmare il gap

Il gap tra domanda e offerta potrebbe arrivare a 50 milioni di posizioni entro il 2030 per poi triplicare nel decennio successivo, interessando non solo i cosiddetti “lavori che nessuno vuole più fare”, ma per quasi un terzo anche quelli svolti dai cosiddetti colletti bianchi. Tradotto per l’India: nei Paesi ricchi, specie in quelli che non si sono arresi alla decrescita portata dall’inverno demografico, non c’è solo bisogno di infermiere dal Kerala, ma anche di ingegneri dal Telangana. Non a caso l’India si è confermata il principale esportatore netto di talenti al mondo, con circa 357mila professionisti qualificati in uscita contro 132mila in entrata. Un fenomeno che neppure la contrazione del saldo migratorio verso gli Stati Uniti di Trump, con il ritorno in India di numerosi professionisti in ambito scientifico e tecnologico, è riuscita a frenare.

Non pago, il governo di New Delhi sta cercando da tempo di stringere accordi a livello internazionale per far “sposare” gli squilibri demografici dei Paesi sviluppati con i propri, anche a costo di incentivare quel brain drain che ha portato ai vertici alcune delle principali banche e società tecnologiche globali talenti in fuga dall’India. Nel tentativo di allargare la base degli impiegabili all’estero anche a figure meno apicali, lo scorso luglio il ministero degli Esteri indiano ha organizzato il primo Human Resource Mobility Forum e ha siglato dei Migration and Mobility Partnership Agreement con 26 Paesi. Non a caso, nel recente accordo di libero scambio raggiunto tra l’India e l’Unione Europea ha trovato posto anche una cornice normativa per regolare, oltre a quello delle merci, anche il movimento delle persone.

L’emigrazione indiana

Un fenomeno che, nonostante la popolosa diaspora presente in Nord America, nei Paesi del Golfo e nel Regno Unito, in India ancora non ha preso piede quanto altrove: qui gli emigrati rappresentano solo l’1,3% della popolazione, contro il 5,1% delle Filippine e il 4,3% del Bangladesh. Secondo le stime della Global Access to Talent from India Foundation, un think tank, entro il 2030 l’India potrebbe più che raddoppiare il suo export di capitale umano da 700mila a 1,5 milioni di persone. Un’operazione che, se riuscita, avrebbe ricadute anche a livello domestico: gli indiani che vivono all’estero inviano a casa rimesse di denaro per 125 miliardi di dollari, circa il 3% del Pil e si stima che nei Paesi a basso reddito un aumento del 10% della popolazione emigrata si traduca in un calo del 2,1% di coloro che vivono con meno di un dollaro al giorno.

Il tema del mismatch tra talenti e opportunità non è centrale solo per i Paesi industrializzati, ma anche per New Delhi, la cui crescita economica per quanto sostenuta non è sufficiente a creare lavori di qualità per una delle popolazioni più giovani del pianeta. Benché ad agosto il tasso di disoccupazione indiano sia sceso al 5%, il livello minimo da sei mesi, il dato nasconde una realtà meno incoraggiante di quanto sembri. In parte perché per essere considerati impiegati basta aver lavorato un’ora nella settimana precedente al sondaggio, in parte perché quel 5% è la sintesi di un aumento degli impiegati nelle zone rurali e un calo nei centri urbani, segno di un deterioramento della qualità del lavoro.

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