I test dicono che esistono alterazioni cerebrali associate alla malattia di Alzheimer. Ma sul fronte clinico, la persona dice esattamente il contrario. Non mostra decadimento delle capacità cognitive, non ha difficoltà di memoria, insomma, tende a non sviluppare quadri di patologia. Questa condizione accade in circa tre anziani su dieci, ed è legata ad una sorta di capacità di adattamento cerebrale che rende appunto il cervello stesso resiliente. Oggi la scienza accende una luce su questo segreto che protegge alcune persone dalla neurodegenerazione. E lo fa con un indizio che viene da uno studio dei ricercatori dell’Istituto Olandese di Neuroscienze, coordinato da Evgenia Salta (primo nome Giorgia Tosoni) pubblicato su Cell Stem Cell. Questa sorta di “resilienza” sarebbe legata ad una specifica popolazione di cellule cerebrali, i cosiddetti neuroni immaturi. Stando all’indagine di laboratorio, queste unità potrebbero comportarsi diversamente in chi non manifesta segni e sintomi dell’Alzheimer. Invece di limitarsi a sostituire le cellule danneggiate, infatti, questi neuroni potrebbero contribuire a proteggere il cervello dagli effetti nocivi della malattia. il tutto grazie alla resilienza cognitiva, che porta a mantenere la memoria e le capacità cognitive anche quando il loro cervello mostra segni di danno o patologia.
Esistono neuroni giovani nell’anziano?
Lo studio apre la strada a una via diametralmente opposta all’approccio alla malattia: più che pensare ad agire su ciò che crea il danno, infatti, si potrebbe pensare a quanto aiuta il cervello è restare sano e funzionale. Tutto passa attraverso la neurogenesi adulta, con conseguente produzione di nuove cellule nervose anche in età adulta e avanzata. Questa avviene in alcune specie animali, ma si discute se possa avvenire nell’uomo. Gli esperti hanno quindi esaminato campioni di tessuto cerebrale umano donati e ottenuti tramite la Banca del Cervello dei Paesi Bassi, confrontando tre gruppi: persone senza patologie cerebrali rilevabili, pazienti che hanno sviluppato la demenza di Alzheimer e individui il cui cervello presentava segni di patologia di Alzheimer ma che mantenevano una buona funzionalità cognitiva. Si sono poi concentrati su una piccola regione all’interno del centro della memoria del cervello, considerata tra le poche in cui potrebbero svilupparsi nuovi neuroni. «Queste cellule sono estremamente rare, quindi abbiamo dovuto sviluppare nuovi metodi per individuarle – spiega Salta in una nota per la stampa della struttura olandese -. Ci siamo concentrati con precisione sul punto esatto in cui ci aspettavamo di trovarle».
Ecco la risposta
Con questo sistema di lavoro, sono stati trovati neuroni immaturi nei cervelli di persone con più di 80 anni in tutti i gruppi considerati. Si tratta di cellule che non hanno ancora raggiunto la piena maturazione, suggerendo che il cervello che invecchia potrebbe conservare caratteristiche cellulari associate allo sviluppo e all’adattabilità. Il tutto, anche a 80 anni. Ma non basta. Confrontando i cervelli di persone che avevano sviluppato decadimento cognitivo con quelli di persone rimaste lucide nonostante l’Alzheimer, si è visto che numericamente il numero di cellule non erano particolarmente più elevato nei secondi. Quindi si è pensato che non la quantità, ma la capacità difensive delle cellule immature possa fare la differenza. Negli individui cognitivamente resilienti, infatti, le cellule mostravano segni di attivazione di processi biologici associati alla sopravvivenza e alla protezione dai danni. «Negli individui resilienti, queste cellule sembrano attivare programmi che li aiutano a sopravvivere e a far fronte ai danni – segnala Salta. Osserviamo anche segnali meno intensi legati all’infiammazione e alla morte cellulare». L’infiammazione fa parte del normale sistema di difesa dell’organismo, ma quando diventa persistente nel cervello, può contribuire al danno e interferire con la comunicazione tra i neuroni. La morte cellulare, nel frattempo, interrompe gradualmente le reti responsabili della memoria e del pensiero. Insomma: i neuroni immaturi nei cervelli resilienti potrebbero essere meglio equipaggiati per resistere a queste condizioni nocive e anche a mantenere il cervello a rimanere funzionale e “giovane”. Quindi, anziché servire solo come sostituti dei neuroni morenti, le cellule immature potrebbero potenzialmente contribuire a mantenere l’ambiente circostante le cellule cerebrali esistenti.
Intanto, occhio ai biomarcatori
Sia chiaro. per ora si parla solo di ipotesi. Affascinanti fin che si vuole, ma sempre ipotesi. Ben più definito, pur se sempre in sviluppo, è il ruolo dei biomarcatori nel processo di identificazione del rischio e del percorso di malattia. Grazie a questi strumenti, in futuro, potremmo non solo identificare le persone maggiormente esposte, ma anche intervenire sui meccanismi responsabili dell’insorgenza della malattia, attraverso strategie di prevenzione, monitoraggio personalizzato e, potenzialmente, trattamenti capaci di modificarne i processi biologici iniziali. «Per la malattia di Alzheimer, a esempio, non disponiamo oggi di strumenti in grado di impedirne con certezza l’insorgenza, ma una migliore comprensione dell’interazione tra predisposizione genetica e altri fattori biologici potrebbe aprire la strada a nuove possibilità di intervento – commenta Alessandro Padovani, past President della Società italiana di Neurologia (Sin) -. La ricerca si sta quindi orientando non soltanto verso l’identificazione del rischio, ma anche verso la comprensione di come ridurne concretamente le conseguenze. Tra i biomarcatori oggi di maggiore interesse nella ricerca neurologica figurano la p-tau217 e i biomarcatori della beta-amiloide, particolarmente rilevanti per la malattia di Alzheimer, oltre ai neurofilamenti a catena leggera (NfL), indicatori di danno neuroassonale, che possono fornire informazioni in diverse patologie neurologiche; alcuni marcatori associati ai processi infiammatori e l’alfa-sinucleina, coinvolta nella malattia di Parkinson e in altre condizioni neurodegenerative correlate. Si tratta, tuttavia, soltanto dell’inizio di un percorso di ricerca in rapida evoluzione. La possibilità di studiare contemporaneamente migliaia di proteine, integrando queste informazioni con altre caratteristiche biologiche e con le potenzialità dell’intelligenza artificiale, potrebbe modificare profondamente nei prossimi anni la conoscenza delle malattie neurologiche».
Lo studio












