In vista delle prossime mosse del governo, alla ricerca di nuovi fondi per interventi più selettivi contro il caro carburanti, i petrolieri scendono in campo e, in una missiva inviata alla premier Giorgia Meloni e al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, mettono in guardia dal rischio «di ulteriori prelievi fiscali» sul comparto (leggi tassa sugli extraprofitti) che «andrebbero a drenare capacità di investimento e costituirebbero un ulteriore disincentivo a operare in Europa in un contesto in cui i grandi gruppi internazionali – scrive il presidente dell’associazione di settore, l’Unem, Gianni Murano – stanno già valutando di destinare nuovi investimenti in altre aree del mondo più competitive».
La tesi sostenuta dall’associazione che riunisce le principali imprese italiane operanti nei settori della raffinazione, della logistica, della distribuzione di prodotti petroliferi e nella ricerca e sviluppo di nuove soluzioni low carbon, è la seguente: l’attuale criticità dei mercati energetici non è riconducibile «a una carenza di disponibilità di greggio», quanto piuttosto «a un insufficiente livello di capacità di raffinazione a livello europeo stimabile in diversi milioni di barili al giorno» e frutto, si sottolinea, di una politica energetica che nell’ultimo decennio ha privilegiato gli obiettivi di decarbonizzazione a scapito delle esigenze di sicurezza degli approvvigionamenti «contribuendo alla progressiva chiusura di impianti di raffinazione sul territorio dell’Unione e vincolando sempre più la domanda europea all’importazione di prodotti finiti».
Nella missiva, l’associazione ricorda poi che la raffinazione italiana ha pagato, come altri comparti, l’aumento dell’Irap introdotto con il decreto 21 del 20 febbraio scorso e che i prezzi industriali nei primi sette mesi dell’anno «al netto della fiscalità, sono risultati mediamente inferiori di 0,03 euro al litro e 0,08 euro al litro per benzina e gasolio verso la media Ue». Il settore, si spiega, «ha quindi interpretato le richieste del governo di massima attenzione ai costi dei carburanti e il contributo calcolato sul totale erogato di benzina e gasolio, nello stesso periodo, si attesta in circa un miliardo di euro in meno verso la media europea». Senza contare che i margini di raffinazione nell’area mediterranea europea «sono stati largamente ridotti negli ultimi anni con un margine lordo medio da gennaio 2021 a luglio 2026 di 4,6 dollari al barile, ben al di sotto dei costi medi operativi di raffinerie complesse (dati Iea del 12 agosto 2026)».
Il comparto, dunque, rischia una nuova torsione se sarà soggetto a ulteriori prelievi che finiranno per spostare altrove gli investimenti, con il rischio di aumentare ancora la dipendenza dalle importazioni di prodotti raffinati e innescare nuove perdite di occupazione qualificata e competenze industriali. «Oggi il settore – spiega il numero uno dell’Unem Murano – ha bisogno soprattutto di un quadro regolatorio stabile e prevedibile. Gli investimenti nella conversione industriale richiedono orizzonti temporali lunghi e non possono convivere con misure che aumentano l’incertezza o penalizzato la capacità di investimento delle imprese».
Ergo, serve continuare a investire perché, ragiona ancora Murano, «la raffinazione è ciclica, passa cioè da periodi di margini negativi (lunghi) a periodi di margini positivi (brevi) e, se si pensa di intervenire nei periodi positivi si avrà di conseguenza, così come avvenuto a valle della tassa su extraprofitti europea del 2022, che gli operatori internazionali andranno a investire altrove, in un momento in cui ci sarebbe bisogno di investimenti per trasformare le raffinerie e accompagnare la transizione».









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