È il risultato dell’accordo tra Consiglio, Commissione e Parlamento Ue all’interno della più ampia riforma del regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati agricoli (Ocm) proposta «per rafforzare la posizione contrattuale degli agricoltori nella filiera».
L’intesa ”tutela” i termini manzo, vitello, maiale, pollame, pollo, tacchino, anatra, oca, agnello, montone, ovino, caprino, coscia, filetto, controfiletto, fianco, lombo, bistecca, costine, spalla, stinco, braciola, ala, petto, fegato, coscia, petto, costata, T-bone, scamone e pancetta. «Tali termini sono riservati esclusivamente ai prodotti a base di carne e non possono quindi essere utilizzati per prodotti che non contengono carne, come ad esempio quelli ottenuti da colture cellulari», precisa una nota del Consiglio.
Ecco l’elenco in inglese dei nomi vietati: Beef; Veal; Pork; Poultry; Chicken; Turkey; Duck; Goose; Lamb; Mutton; Ovine; Goat; Drumstick; Tenderloin; Sirloin; Flank; Loin; Ribs; Shoulder; Shank; Chop; Wing; Breast; Thigh; Brisket; Ribeye; T-bone; Rump; Bacon; Steak; Liver.
I colegislatori hanno concordato di concedere ai produttori tre anni di tempo per esaurire le scorte e adeguarsi alle nuove norme dopo l’entrata in vigore. I dettagli tecnici del testo comunque debbono essere ancora definiti, poi il testo passerà al voto del Consiglio Agricoltura e Pesca, con i ministri degli Stati membri, e a un voto finale nella plenaria del Parlamento.
Le reazioni contrastanti
«È un successo dell’Italia che vede riconosciuto a livello europeo il proprio modello agroalimentare. E poi l’Ue ha deciso di fare propria una norma che già vale in Italia per dare più forza nelle contrattazioni ai nostri agricoltori. Una su tutte è la previsione di una clausola di revisione per i contratti superiori ai sei mesi nella fornitura di materie prime: i nostri agricoltori potranno chiedere, in tutti gli Stati dell’Ue, l’inserimento di una clausola di rinegoziazione per adeguare il prezzo di vendita dei loro prodotti all’andamento del mercato. È un passo decisivo per vedere riconosciuto il giusto valore e il giusto reddito ai nostri agricoltori», ha dichiarato in una nota il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida.
Soddisfazione per la decisione è stata espressa anche dal Gruppo Prodotti a Base Vegetale di Unione Italiana Food, associazione di categoria aderente a Confindustria: «Questa scelta è un risultato di buon senso che premia la trasparenza dei prodotti a base vegetale, a partire dalle denominazioni attuali e dalle loro etichette. La versione approvata della legge, pur limitando l’uso di alcuni termini, non esclude denominazioni come ’burger’, ’salsiccia’ o ’polpette’ per i prodotti a base vegetale, evitando sia di penalizzare chi da anni sceglie questi prodotti che di creare confusione fra consumatori attenti e consapevoli. È stato compreso chiaramente che, tali denominazioni, sono riferite a una forma del prodotto e a una loro lavorazione, non al contenuto, e questo è sicuramente positivo. Le marche di prodotti a base vegetali aderenti a Unione Italiana Food comunicano i propri prodotti con modalità e denominazioni chiare, auto esplicative, nel pieno rispetto delle norme, con etichette che permettono al consumatore di reperire e scegliere facilmente sugli scaffali, senza rischi di confusione, i prodotti che vogliono portare in tavola. Continueremo a lavorare per un’alimentazione innovativa, sostenibile e gustosa».













