Il salotto turco, quello dei melodrammi lunghi, delle madri severe, degli amori impossibili e dei primi piani trattenuti fino allo spasimo, ha cambiato cornice. Non più soltanto il televisore di casa, ma lo schermo “small” dello smartphone. Non più puntate da novanta minuti, ma episodi da due. Il gesto non è più sedersi sul divano: è scorrere. E dentro questo scroll, che sembrava condannare tutto alla distrazione, la fondatrice İlkin Kavukcu ha visto invece una fabbrica nuova di racconto.
La sua İki Dakika Creative House arriva ora in Italia con un’idea semplice e spiazzante: produrre serie verticali ad alta qualità, con volti noti, pensate fin dall’origine per TikTok, Instagram e YouTube, senza chiuderle dentro app proprietarie o piattaforme a pagamento. «Quando abbiamo iniziato questo business, tutti ci dicevano: “Siete pazzi? Perché?”», racconta Kavukcu. La risposta è diventata il modello industriale: «Noi siamo diversi. Possiamo pubblicare i nostri drama verticali direttamente su Instagram, TikTok e YouTube».
La differenza sta tutta qui. Mentre il microdrama è esploso in Cina e poi negli Stati Uniti attraverso app a micro-pagamento, İki Dakika prova la strada opposta: contenuti gratuiti, distribuzione sociale, ricavi dai brand. La serialità resta, ma viene riscritta secondo l’algoritmo: produzione snella, dati visibili in tempo reale. «Il vantaggio per i brand è che possono vedere direttamente tutti i dati», spiega Kavukcu. Non una réclame infilata a forza, ma un prodotto, un servizio, un gesto quotidiano dentro la storia.
I numeri spiegano perché il fenomeno non può più essere liquidato come una moda da adolescenti. Le tre serie principali della società hanno superato 600 milioni di visualizzazioni e 100 milioni di minuti visti. «Abbiamo deciso di fare questi drama verticali con attori e attrici molto noti e in un modo diverso dagli altri», dice Kavukcu. Il budget, infatti, non è da contenutino amatoriale: «Spendiamo quasi tra 500mila e 700mila dollari per un drama verticale».
La scommessa economica è nel rapporto con la pubblicità. Per ogni serie, la società sostiene di coprire circa il 70% dei costi con accordi di branded content e product integration. È il punto di contatto fra due crisi: quella della televisione tradizionale, che fatica a trattenere i giovani, e quella della pubblicità classica, sempre meno tollerata da chi guarda. «I budget pubblicitari stanno cambiando», osserva Kavukcu. «I brand nel mondo vogliono spendere di più sul digitale. Il gioco è cambiato: non vogliono spendere così tanto su Ott o piattaforme Tv».











