NAIROBI – Gli Stati Uniti e la Nigeria hanno rivendicato l’uccisione del leader dello Stato Islamico Abu-Bilal Al-Manuki, noto come anche Abu-Mainok, in un blitz sferrato vicino al bacino del Lago Ciad: il territorio di confine fra Niger e Ciad che rappresenta una delle roccaforti delle formazioni islamiste attive nei due Paesi e nella stessa Nigeria. In un post su Truth, il suo social network, Trump parla di Abu-Mainok come del «numero due dell’Isis a livello globale» e sottolinea che la sua morte ha «enormemente diminuito» le capacità operative del network jihadista su scala africana e globale.
Il presidente nigeriano Bola Tinubu ha confermato l’operazione, elogiandola come un «esempio di collaborazione efficace» fra Washington e Abuja sull’emergenza sicuritaria che pervade il Paese più popoloso dell’Africa. I due governi hanno rinsaldato la propria collaborazione a dicembre, dopo un’ondata di raid dell’aviazione Usa contro «obiettivi terroristici» nella Nigeria settentrionale. Gli Stati Uniti hanno dispiegato da inizio anno un contingente totale di 300 militari della propria divisione U.S. Africa Command (AFRICOM) per la «formazione» delle forze di sicurezza locale, nel tentativo di arginare un’espansione terroristica sempre più capillare nel Paese. Secondo dati dell Global terrorism index, un rapporto annuo dell’Institute for economics and peace, la Nigeria ha registrato il rialzo maggiore di vittime terroristiche su scala globale: +46% fra 2025 e 2024, con un balzo da 513 a 780 nell’arco di un anno.
Il successo (eventuale) dell’operazione e il baratro nigeriano
Trump ha parlato di Abu-Mainok come di un terrorista che «si nascondeva in Africa», ma suo potere e la sua ascesa terroristica sono radicatissimi nel Paese di origine: la Nigeria, una dei terreni più allarmanti dell’espansione jihadista record delle violenze terroristiche in Africa. Abu-Mainok rappresentava il leader de facto dello Stato islamico nell’Africa occidentale, la branca dell’Isis che opera nel Paese da un decennio abbondante e si contende con la nebulosa islamista di Boko Haram il grosso di incursioni terroristiche dilagate in Nigeria. Le due formazioni hanno accennato qualche collaborazione, incluso l’attacco congiunto inflitto il 9 aprile alla base militare nigeriana di Benisheikh. Ma rimangono agli antipodi e in rapporti di concorrenza feroce sulle rispettive aree di influenza, appesantendo e intricato la controffensiva al cuore dell’agenda di Tinubu e della collaborazione avviata con gli Usa di Donald Trump.
Nell’immediato, e se confermata, la neutralizzazione di «Mainok» non può che costituire «un successo politico per il presidente Tinubu» spiega Taiwo Adebayo dell’Institute for security studies. Il problema, aggiunge Adebayo, è che il «il terrorismo sta prendendo piede in Nigeria» e debordando nelle zone di «confine occidentali con il Niger e il Benin»: una delle diramazioni del cosiddetto effetto spill-over, l’effetto contagio delle violenze terroristiche manifestato anche nell’espansione dei gruppi armati del Sahel verso la costa e i porti dell’Africa occidentale. «Ci sono già stati attacchi di “decapitazione” della leadership, per esempio in Somalia. Ma il loro impatto non è così chiaro» spiega Vincent Foucher del National Centre for Scientific Research in Bordeaux, in Francia. I jihadisti nigeriani sono «estremamente resilienti» e «in grado di ricostituire sia le proprie forze che la propria leadership», sottolinea Foucher, citando i network economici a loro sostegno e una leva ideologica offerta dalla loro nemesi: gli Usa. Un blitz come quello su Mainok può essere significativo, dice Focher, ma il «crescente intervento statunitense costituisce in qualche modo uno strumento utile per la narrativa ideologica dell’ISWAP».








