Storie Web martedì, Marzo 10

Le giornate conclusive di Parigi sono più lente nel ritmo ma di massimo peso per i nomi.

La natura è un tema ricorrente, almeno negli allestimenti. Muschio dappertutto. Da Louis Vuitton è sintetico, e ricopre parallelepipedi e prismi pensati dall’artista Jeremy Hindle come astrazione del naturale. In questa scena si manifesta la nuova visione di Nicolas Ghesquière: un collage di tropi folk reso completamente astratto all’esagerazione dei volumi. dalla estensione dei riferimenti, e dal melange che sintetizza e sutura distanze. Ghesquière parte da un assunto interessante: gli abiti tradizionali sono una risposta al confronto con gli elementi. Questo ammorbidisce gli spigoli robotici della sua estetica, scaldandola. Ecco allora i mantelli dei pastori azeri – case portatili – che diventano cappe desertiche o galattiche; ecco i copricapi conici, gli echi mongoli, copti, bizantini che si mescolano in una visione antistorica, non localizzabile, autenticamente trasversale. È molto da digerire, ma convince. A tratti viene in mente il lavoro di Danilo Donati per il Pasolini mitico.

Il muschio da Miu Miu è vero, ma le pareti della sala alternano un broccato floreale a fondo rosso a grandi specchi: la selva sta dentro un palazzo. È un ambiente sospeso tra natura e artificio, che accoglie corpi piccoli, sui quali gli abiti, lavati e acciaccati, a tratti dimessi ma sempre pieni di dignità, si appoggiano come se fossero troppo grandi, troppo corti, i pantaloni sempre troppo lunghi. Miuccia Prada trova grazia e forza nella piccolezza del rapporto tra umano e vastità della natura. Metaforicamente, anche la rinuncia al decoro, limitato ai dettagli o poggiato sui cappelli con paraorecchie, da giovane marmotta, è emanazione di questo sentimento di piccola consapevolezza. Nel mentre, dalle agugliature selvagge alla lingerie cruda, la signora Prada ripercorre il proprio repertorio. Non è la sua prova migliore, ma c’è lo spessore di sempre.

Da Chanel, Matthieu Blazy continua la rivoluzione sottile, all’insegna di freschezza e molteplicità, che ha riportato il marchio al centro del desiderio modaiolo, come confermano le file di clienti fameliche in boutique, dove è appena arrivata la sua collezione di debutto. Questa seconda prova è una nuova puntata di un dialogo in divenire con la fondatrice, Gabrielle Chanel. Blazy lavora intorno a due idee non contrapposte, ma complementari: funzione e fiction, bruco e farfalla – icastiche definizioni dello spirito della maison che Gabrielle Chanel diede negli anni cinquanta su Le Figaro. Si apre con il tailleur, semplificato al massimo, e si chiude, come in un loop pronto a ricominciare, con un abitino nero, ma in mezzo ci stanno tutti i possibili passaggi dal bruco lavoratore e ctonio alla darfalla iridescente e aerea, alcune riuscite, altre meno, tutte pervase da una leggerezza che è in primo luogo di pensiero: il desiderio di creare abiti belli che rendono belle le donne. Abiti, non concetti. Tutto qui.

Condividere.