Storie Web venerdì, Ottobre 30

«Stiamo vivendo una crisi peggiore di quella del 2022: la domanda, a differenza di allora, è debole. I costi energetici sono aumentati: all’epoca venivamo da anni di prezzi bassi, e i contratti a lungo termine stipulati prima della guerra in Ucraina potevano mitigare lo shock, oggi invece no. Siamo infine sotto grande pressione a causa della concorrenza internazionale sempre più forte dalla Cina: alla prese pure con una domanda debole, ci scarica la sua sovraproduzione». Così Walter Da Riz, direttore generale di Assovetro, sintetizza le criticità della filiera nazionale del vetro. Un settore da 9 miliardi di euro di fatturato, con il 16% di export diretto, 28.800 addetti, 60 stabilimenti di 32 aziende di produzione di grandi dimensioni, più di 300 aziende di trasformazione, 6 milioni di tonnellate di vetro fuso prodotte all’anno: il 17% della produzione Ue che fa dell’Italia la prima manifattura del continente, come certificano i dati dell’associazione.

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«I margini si riducono sempre di più e chiuderemo il 2026 con riduzioni della produzione fino al 15% e costi della stessa raddoppiati per i rincari energetici e l’Ets. Siamo già al limite: oltre non possiamo andare, a differenza magari di altri materiali. I nostri impianti, che devono mantenere una temperatura costante di 1.600 gradi, non si possono spegnere e poi riaccendere, né possiamo modulare la produzione oltre un determinato limite tecnico», spiega Da Riz. Che testimonia: «Tutti stanno rallentando produzione. In Italia per ora non chiudiamo impianti, non so dire l’anno prossimo. Se va avanti così è sempre più difficile. In Europa negli ultimi anni sono stati chiusi 15 impianti legati al vetro cavo, 7 nel campo del vetro piano, due in quello delle fibre di vetro (su 11 totali). Questa capacità produttiva non si ripristina: è difficile che qualcuno la ricostruisca con questi costi energetici, ambientali e sociali».

La Cina, intanto, oltre alla produzione in patria, a cui si possono chiedere i dazi, sta puntando su un mercato più vicino all’Europa, che offre incentivi fiscali, legislazione ambientale non paragonabile a quella Ue, e tanta sabbia per produrre vetro: l’Egitto. «Tra le diverse iniziative cinesi qui c’è una nuova fabbrica da 400mila tonnellate annue di fibre di vetro. La domanda europea è pari a 1 milione di tonnellate annue. L’import verso il nostro continente è quintuplicato. Poi sarà la volta del tableware e dei prodotti a minore valore aggiunto», racconta il direttore generale di Assovetro.

Quali soluzioni? «Potremmo rendere il Psv italiano la borsa europea del gas, visto che l’Italia è un hub naturale, al posto del Ttf. E poi dovremmo avere la possibilità di avere gas a medio-lungo termine a prezzo di costo, magari con una mossa di politica industriale guidata da imprese energetiche che operano nel nostro Paese», risponde Da Riz

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