Il piano non porterà la firma del Fondo Monetario Internazionale. E senza il sigillo del Fmi, la ristrutturazione dovrà cercare altrove le proprie garanzie, a cominciare dal petrolio.
Il petrolio, una sovranità “acquisita”
La gestione di quelle risorse è già passata in larga parte sotto controllo americano. Dal 9 marzo 2026 Washington esercita il “controllo operativo” sulla commercializzazione del greggio venezuelano attraverso il quadro “Monitored Sovereignty”, che affida all’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro Usa la regia dei ricavi delle vendite petrolifere. Una nuova legge sugli idrocarburi, approvata il 29 gennaio, ha smantellato il monopolio di PDVSA aprendo per la prima volta la gestione operativa piena ai privati: Chevron, ExxonMobil e ConocoPhillips.
L’obiettivo è portare la produzione dagli attuali 800mila barili al giorno a oltre 3 milioni entro 24 mesi: le riserve, oltre 300 miliardi di barili, restano le più grandi del pianeta, ma la capacità di sfruttarle passa ormai, in gran parte, da Washington.
Quanto renda, in concreto, questo controllo lo ha misurato il Financial Times: dall’inizio del 2026 gli Stati Uniti avrebbero incassato oltre 13 miliardi di dollari dalla vendita del greggio venezuelano. I proventi transitano dapprima su conti bancari in Qatar e, da febbraio, su conti del Tesoro americano, con i trader Vitol e Trafigura incaricati di collocare il greggio sul mercato; da lì, in teoria, dovrebbero tornare attraverso “canali controllati” alla banca centrale e alle casse dello Stato venezuelano, per pagare stipendi pubblici, attrezzature per l’industria petrolifera e, promette Washington, la ricostruzione post-sisma. Ma tra quanto incassato e quanto effettivamente restituito la distanza resta enorme: il portale di trasparenza istituito dal governo di Caracas registra un solo trasferimento, 300 milioni di dollari, in marzo. «E’ un serio problema di governance finanziaria americana – dice Enzo Farulla, analista finanziario esperto di America Latina – e questo non è il miglior modo per avviare una ristrutturazione sostenibile del debito».
Sullo sfondo resta un’economia devastata da inefficienze e sanzioni: L’inflazione, pur in flessione rispetto ai picchi del passato, resta la più alta del mondo (612% annuo ad aprile 2026); circa il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e, dal 2014, quasi 7,9 milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese. Tra le macerie di La Guaira e le sale riunioni di Centerview Partners a New York, si gioca la stessa partita: chi controllerà, davvero, il futuro del Venezuela. Il presidente Trump, già in febbraio, aveva annunciato : «In Venezuela ora comando io».









