Scordiamoci l’umanoide che straccia il record di Usain Bolt nei 100 metri. «Non credo che il nostro focus debba essere questo – dice Bruno Siciliano, professore di automatica e robotica all’Università Federico II di Napoli, direttore del Prisma Lab e vincitore nel 2024 del Pioneer Award della IEEE Robotics and Automation Society, tra i principali riconoscimenti del settore -. Cerchiamo piuttosto di sviluppare un modello europeo di intelligenza artificiale fisica, che sia improntato all’interazione con l’uomo. Un modello che non deve demonizzare a prescindere nemmeno l’uso dell’hardware cinese».
Il rischio della “bolla”
Siciliano, che coordina anche la nascita delle start-up che dalla Federico II fioriscono nel settore della robotica, invita a un bagno di pragmatismo prefigurando i rischi di una possibile “bolla” e allontana uno scenario europeo con le dark factory, fabbriche dove gli umanoidi potrebbero in teoria agire da soli, senza operai, e non sarebbe necessario neppure accendere le luci. «Oggi non c’è un ritorno adeguato dell’investimento, uno degli esempi più noti è il ripensamento della Bmw che ha utilizzato gli umanoidi di Figure Ai nello stabilimento in South Carolina. La versione completamente antropomorfa, con tanto di gambe, non sempre è produttiva in uno stabilimento industriale, per un fattore di costi, di stabilità e agilità di movimento in determinati spazi, oltre che per una questione più ampia di regolamentazione. Può essere un’inutile complicazione rispetto a un robot che ha una base fissa e magari due braccia, oppure rispetto a un robot che si muove su ruote».
La “missione” a Bruxelles
Non significa comunque rinunciare allo sviluppo di una filiera europea, tema di cui Siciliano, insieme agli esperti internazionali della rete euRobin, ha discusso a inizio settembre al Parlamento europeo di Bruxelles, perorando la causa di un Ai-based robotics act che punti su una dotazione di 30 miliardi di euro e che, sul modello del Chips Act, si ponga l’obiettivo di una quota del 33% del mercato mondiale entro il 2035. Durante le dimostrazioni che si sono svolte in quella sede i robot hanno smontato dispostivi elettronici, consegnato un pacco in ambiente urbano, sparecchiato una tavola. «Sono contesti di coabitazione – spiega Siciliano – : ancora oggi lo scenario più efficace per la phisycal Ai è l’interazione tra uomo e robot umanoidi, non la sostituzione. Pensiamo ad esempio alle soluzioni nel campo dei trasporti oppure della logistica per minimizzare le fasi di lavoro che comportano maggiori sforzi fisici, lo stesso obiettivo che in alcuni casi si può raggiungere con l’utilizzo di esoscheletri sempre più avanzati. Senza considerare tutte le possibili applicazioni nel campo delle tecnologie per la salute e dell’assistenza personale».
Il dominio cinese
È lungo questo crinale, secondo il docente della Federico II, che bisognerebbe lavorare per far sviluppare la filiera italiana. Oggi i produttori nazionali di umanoidi si contano sulle dita di una mano e il governo pensa a interventi per accompagnarne la crescita sbandierando il tema della sovranità in risposta al dominio cinese. «È vero che l’Europa oggi è schiacciata tra il modello cinese, fortemente sovvenzionato dallo Stato, e quello americano, con le start-up che hanno un mercato del venture capital enormemente più sviluppato, ma dobbiamo credere in un nostro modello, seguendo la tradizione europea in cui la tecnologia robotica ha ampi utilizzi in ambito sociali e non necessariamente, o comunque non esclusivamente, nelle fabbriche».
Anche sulla minaccia cinese le idee sono chiare e in un certo senso controcorrente. «Se la tecnologia è davvero aperta, non vedo ostacoli per utilizzare un hardware cinese su cui poi sviluppare tecnologia italiana o comunque europea. Le faccio un esempio. Alla Federico II stiamo lavorando allo sviluppo di un cane robot che può supportare gli ipovedenti o accompagnare persone con problemi di mobilità nel corso di visite nei siti archeologici. Ebbene, siamo partiti dall’hardware di un’azienda svizzera ma il vero valore aggiunto, realizzato da noi, è il guinzaglio intelligente che sulla base della sensoristica regola e dirige i movimenti. Se la tecnologia di base è aperta e non comporta rischi di sicurezza, perché dovremmo impedire lo sviluppo di un’applicazione simile partendo da un robot cinese, che magari costi dieci volte di meno?»











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