Anche tasso di rischiosità creditizia, ovvero l’indice di default, migliora leggermente, passando dal 4,6% di fine 2024 al 4,5% di fine 2025, ma rimane ben al di sopra del dato nazionale che, sebbene aumenti leggermente, alla fine dello scorso anno si attestava al 3,3%. Una tendenza che potrebbe confermarsi anche nei prossimi mesi, quando Crif prevede un progressivo peggioramento nella rischiosità delle società di capitali italiane nel loro complesso (cioè di tutti i settori) a causa soprattutto del contesto geopolitico internazionale, mentre il turismo potrebbe continuare a migliorare leggermente, proprio per effetto di un’incertezza globale che sta riportando in Italia (e più in generale in Europa) flussi turistici e quindi investimenti negli ultimi anni destinati soprattutto a mete extra-Ue.

Tassi di default elevati, ma rallenta la crescita

Tuttavia, il gap da cui partono le imprese del turismo è troppo ampio per recuperare il terreno perduto. Se dunque le prospettive di Crif descrivono uno scenario “base” (accordo a breve tra Usa e Iran e riapertura di Hormuz) in cui le società di capitali italiane raggiungeranno a fine 2026 un tasso di default al 3,7% e al 4% nel 2027, «l’aumento della rischiosità per le imprese del turismo sarà inferiore, ma resterà comunque più elevato», spiega D’Amico, precisando comunque che gli analisti non si aspettano un tasso al 5%. Diverso il discorso nel caso in cui si realizzasse lo scenario «adverse» (ovvero un prolungarsi della guerra), perché questo porterebbe anche il tasso generale di default al 4,4% nel 2026 e al 4,9% nel 2027, vicino dunque alla soglia di allerta del 5%.

Va detto per, precisa D’Amico, che all’interno del macro-settore leisure, i tre diversi sotto-settori si comportano in modo anche molto diverso tra loro: «La ristorazione continua a essere il tallone d’Achille dal punto di vista del rischio, perché si parte già da un valore elevato a fine 2025, 5,6%, sebbene in leggerissima riduzione rispetto a dicembre 2024», spiega il ceo. Servizi di alloggio e agenzie di viaggio dimostrano un trend opposto: rischiosità decisamente più bassa, ma in aumento: gli alloggi sono passati dal 2,1% al 2,4% e le agenzie dall’1,5% all’1,8%.

Ritardo nei pagamenti

C’è un altro aspetto che dà il polso di un settore in crescita, spinto dalla domanda di mercato, e al contempo fragile strutturalmente ed è la performance di pagamento monitorata da Cribis (società del gruppo Crif), che risulta significativamente peggiore rispetto alla media nazionale: a giugno 2026, le imprese turistiche che pagano puntualmente i propri fornitori sono appena il 23,4% del totale contro il 42% del totale italiano.

Infine, Crif ha realizzato un’analisi sui rischi geopolitici che impattano sul settore: le tensioni e i conflitti bellici a livello globale hanno ovviamente un impatto anche sul settore turistico, calcolato come «medio» da Crif, rispetto all’impatto, ad esempio di alcuni settori manifatturieri, dato che si tratta di effetti soprattutto indiretti, ad esempio il rincaro dei carburanti che hanno fatto schizzare i costi dei biglietti aerei e la chiusura o deviazione di alcune rotte aeree, che sicuramente scoraggiano una parte di turisti dall’intraprendere viaggi in Paesi lontani. Ma questo stesso fattore potrebbe, viceversa, incentivare i viaggiatori italiani ed europei a prediligere le mete locali, con vantaggi evidenti per il mercato nazionale.

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