Breast Unit in campo
“La sensibilizzazione non deve riguardare solo l’oncologo medico ma tutti i professionisti che lavorano all’interno delle Breast Unit – prosegue Giancarlo Pruneri, Direttore del Dipartimento di Diagnostica Avanzata presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. Il carcinoma della mammella in fase precoce è sempre più curabile e guaribile, grazie all’evoluzione dei trattamenti che ha portato alla medicina di precisione. Il referto istopatologico e i dati molecolari, che oggi possiamo raccogliere, ci permettono una selezione migliore e più accurata delle terapie. I test genomici sono esami multigenici di biologia molecolare che forniscono maggiori informazioni, rispetto a quelle garantite dall’anatomia patologica “tradizionale”. Abbiamo a disposizione strumenti precisi per la previsione del beneficio della chemioterapia».
Sliding door per la chemio
«In Italia circa un terzo delle donne operate per il tumore del seno presentano 1-3 linfonodi ascellari positivi – aggiunge Corrado Tinterri, Professore Associato all’Humanitas University e Responsabile della Senologia alla Breast Unit dell’Humanitas Cancer Center di Rozzano -. Sono pazienti che hanno un alto rischio di recidiva della neoplasia e tutte le evidenze scientifiche, prodotte negli ultimi anni, documentano come il test genomico possa indicare l’eventuale utilità del trattamento chemioterapico. In particolare, gli studi TAILORx e RxPONDER ne hanno valutato l’efficacia tra le donne sia in post che in pre-menopausa. Secondo gli ultimi dati l’esame andrebbe prescritto a una paziente su quattro che ogni anno nel nostro Paese viene colpita dalla neoplasia mammaria».
Il ruolo dei pazienti
«Dal 2020 – conclude Rosanna D’Antona, Presidente di Europa Donna Italia – abbiamo iniziato un percorso in alleanza con la classe medica e le società scientifiche, per far arrivare la voce delle pazienti ai decisori. Abbiamo lanciato campagne che, con il contributo delle associazioni sul territorio, hanno raccolto oltre 15.000 firme, ottenuto attenzione pubblica e portato alla costituzione di un fondo nazionale da 20 milioni di euro annui, per garantire gratuitamente i test genomici alle donne che ne avevano indicazione. Molto, tuttavia, resta ancora da fare, a partire da equità di accesso e organizzazione dei percorsi. Vanno rimossi i ritardi burocratici e superati alcuni problemi organizzativi per garantire alle pazienti i medesimi diritti, su tutto il territorio. Siamo pronte, insieme alla nostra rete associativa, a fare la nostra parte».
Anticipare i test e ampliare i fondi
Si apre ora la seconda fase dei lavori dell’Osservatorio nazionale ed è previsto un ampliamento dei membri e il coinvolgimento delle associazioni di pazienti e delle Istituzioni. Nei prossimi mesi saranno organizzati tre incontri in Regioni “virtuose” (ad esempio, in Lombardia, Lazio e Campania). Saranno costituiti tavoli di lavoro operativi con il coinvolgimento diretto di direzioni generali, assessorati alla sanità, rappresentanti istituzionali e clinici di riferimento. «Vogliamo creare un dialogo più strutturato per garantire l’accesso a tutte le pazienti eleggibili – concludono gli esperti -. Per esempio, vi è la possibilità di anticipare l’esecuzione del test sulla biopsia diagnostica e ciò consentirebbe una migliore pianificazione terapeutica anche in ottica neoadiuvante, e quindi prima dell’intervento chirurgico. Potremmo avere una netta riduzione dei tempi complessivi dell’intero percorso di cura. Tuttavia, l’attuale quadro normativo nazionale non prevede il rimborso del test su biopsia ed eventuali modifiche richiederebbero un aggiornamento dei decreti. Bisogna infine valutare un possibile ampliamento del fondo nazionale di 20 milioni per l’acquisto dei test genomici».













