Storie Web giovedì, Maggio 14

Francesca Albanese, la Relatrice speciale delle Nazioni unite sui territori palestinesi occupati, ha annunciato che un tribunale del District of Columbia, a Washington, ha sospeso le sanzioni imposte a suo carico dall’amministrazione Trump. In un post su X, Albanese ha riferito che il giudice ha stabilito che «tutelare la libertà di parola è sempre nell’interesse pubblico», ringraziando la figlia e il marito «per essersi fatti avanti per difendermi, e tutti coloro che hanno fornito aiuto finora» in base alla considerazione che «insieme siamo Uno».

Il giudice distrettuale Richard Leon ha stabilito che l’amministrazione Trump ha probabilmente violato i diritti di Albanese garantiti dal Primo Emendamento quando le ha imposto sanzioni nel luglio 2025, con misure sembravano prendere di mira direttamente le sue dichiarazioni critiche nei confronti di Israele, decidendo di sospenderle in via temporanea.

Albanese ricopre il ruolo di relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi dal 2022, il cui recente lavoro si è concentrato sulla campagna militare israeliana contro Hamas a Gaza. Ha accusato Israele di aver commesso «genocidio» e violazioni dei diritti umani a Gaza, e ha segnalato alcuni funzionari israeliani alla Corte Penale Internazionale (Cpi) per un eventuale processo, tra cui il premier Benjamin Netanyahu.

L’intervento di Francesca Albanese del 7 febbraio al forum di Al-Jazira

Il marito di Albanese, Massimiliano Cali, ha intentato la causa a febbraio agendo per conto proprio, della moglie e della loro figlia, sostenendo che le sanzioni del Dipartimento di Stato del 2025 violassero i diritti di libertà di espressione della consorte.

Leon, giudice nominato dall’ex presidente George W. Bush, ha rilevato che «se Albanese si fosse invece opposta all’azione della Cpi contro cittadini Usa e israeliani, non sarebbe stata inserita nell’elenco delle persone sanzionate ai sensi dell’Ordine Esecutivo 14203», in un parere motivato di 26 pagine. «Pertanto, l’effetto della designazione di Albanese è quello di “punire” e, di conseguenza, di “reprimere le espressioni sgradite”». Il giudice ha inoltre stabilito che Albanese godeva della tutela della Costituzione americana, malgrado risiedesse al di fuori del Paese, ritenendo che possedesse legami «sostanziali» con gli Usa, sufficienti a far valere i diritti garantiti dal Primo Emendamento.

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