Secondo la dirigente del KMT, il congelamento dei contatti tra Taipei e Pechino nell’ultimo decennio ha contribuito ad alimentare le tensioni nello Stretto. «Non c’è stato dialogo e la situazione è arrivata quasi sull’orlo della guerra», ha dichiarato, aggiungendo che molti cittadini taiwanesi temono che l’isola possa «diventare la prossima Ucraina».
Pur sostenendo la necessità di riaprire i canali di comunicazione con la Cina, Cheng ha ribadito il ruolo centrale degli Stati Uniti nella sicurezza regionale. A suo giudizio, soprattutto dopo il recente incontro tra Trump e Xi, Washington dovrebbe assumere «un ruolo ancora più costruttivo e positivo» per favorire la stabilità nell’Asia orientale e nello Stretto di Taiwan.
Lo scorso aprile Cheng è diventata la prima leader del Kuomintang in dieci anni a recarsi in Cina e a incontrare Xi Jinping. Una scelta che, secondo la sua interpretazione, contribuisce a ridurre il rischio di conflitto. Ma proprio questa apertura verso Pechino alimenta le preoccupazioni di numerosi esponenti politici statunitensi, convinti che un eccessivo dialogo possa indebolire la capacità di deterrenza di Taiwan.
La leader del KMT respinge tali critiche. «Migliorare le relazioni tra le due sponde dello Stretto non significa rinunciare alla nostra capacità di difesa», ha sostenuto, definendo «del tutto infondate» le preoccupazioni americane.
Cheng ha inoltre ricordato i legami storici tra il suo partito e Washington. «Dal secondo dopoguerra il Kuomintang è stato un partner molto importante degli Stati Uniti. Questo non cambierà», ha affermato, sottolineando la volontà di consolidare la fiducia reciproca con l’alleato americano.









