NAIROBI – Lo stato saheliano del Ciad ha annunciato la sua uscita dalla Corte penale internazionale, formalizzando mesi di tensioni contro i «pregiudizi» sull’Africa già contestati al tribunale dell’Aja.
La rottura arriva a pochi mesi dallo strappo deciso dalle giunte golpiste di Burkina Faso, Mali e Niger nel Continente e del Venezuela in America Latina, in una fase intricata anche dalla ricerca di un nuovo procuratore dopo la destituzione di Karim Ahmad Khan. La rottura di N’Djamena, si legge in una nota del governo, è il «risultato di un esame approfondito del funzionamento della Corte Penale Internazionale dalla sua entrata in funzione nel 2002, nonché del suo bilancio la cui efficacia rimane limitata e geograficamente sbilanciata».
La cesura delle giunte con la Cpi
Il Ciad è un Paese da circa 20 milioni di abitanti nel cuore del Sahel, ricco di risorse come petrolio, oro e uranio. Dopo la morte nel 2021 del suo storico leader Idriss Déby Itno, in carica per tre decenni consecutivi, il potere è passato nelle mani del figlio Mahamat Déby, con un golpe de facto che ha aperto la strada a uno dei diversi governi «di transizione» emersi dalla girandola di colpi di Stato subsahariani fra 2019 e 2023. Déby ha poi indetto e vinto con il 61% dei consensi le elezioni presidenziali del 2024, in una competizione ritenuta falsata dall’opposizione e alcuni osservatori. La traiettoria di N’Djamena è già stata identificata con quella degli esecutivi apertamente golpisti del Sahel, a cominciare dalla recisione dei rapporti con la Francia di Emmanuel Macron e le truppe militari dispiegate nel Paese.
Il divorzio della Cpi sembra ricalcarne – ulteriormente – la linea politica e diplomatica, insistendo sui pregiudizi anti-africani o eurocentrici che scandirebbero l’operato dell’istituzione. L’esecutivo ciadiano ha accusato il tribunale di aver riservato il grosso delle sue indagini a Paesi africani e «senza alcun progresso concreto», una ricostruzione già smentita diverse volte dalla Cpi.





