Si ferma la riforma della medicina territoriale voluta dal governo. Salta infatti il decreto che avrebbe dovuto ridisegnare il ruolo dei medici di famiglia, prevedendone una maggiore integrazione nelle Case di comunità e, per una parte di loro, il passaggio al rapporto di dipendenza con il Servizio sanitario nazionale.
La decisione, anticipata nei giorni scorsi e comunicata agli assessori regionali alla Sanità, segna una battuta d’arresto per un progetto che aveva acceso il confronto tra governo, Regioni e rappresentanze dei medici. Il ministero della Salute assicura però che il percorso di riforma non si interrompe e che resta confermato l’obiettivo di rafforzare l’assistenza sul territorio, portando i medici di medicina generale sempre più al centro delle Case di comunità.
Il testo, illustrato nei mesi scorsi dal ministro Orazio Schillaci e successivamente rielaborato dalle Regioni, non era mai approdato formalmente in Consiglio dei ministri. Nel frattempo aveva però incontrato la forte opposizione dei sindacati di categoria, che contestavano il metodo e chiedevano di essere coinvolti nella definizione delle nuove regole. Alle resistenze dei medici si sono aggiunte le tensioni all’interno della maggioranza, con una parte del centrodestra favorevole a un ripensamento del progetto.
L’ipotesi ora è quella di sostituire il decreto con un accordo condiviso con le organizzazioni di categoria, da tradurre successivamente in un provvedimento normativo o nella nuova convenzione della medicina generale.
Lo stop alla riforma ha provocato reazioni opposte. Da un lato la soddisfazione dei sindacati dei medici di famiglia, che chiedono l’apertura immediata di un tavolo di confronto. Dall’altro le critiche delle opposizioni, che parlano di una maggioranza divisa e denunciano l’esclusione del Parlamento dal dibattito. Tra i più contrari alla frenata c’è l’assessore al Welfare della Lombardia, Guido Bertolaso, che avrebbe annunciato le dimissioni da vicecoordinatore della Commissione Salute delle Regioni.












