Così attrattive, eppure così difficili per lavorarci, studiarci, viverci. Le smart city stanno vivendo il paradosso dell’innovazione. Investire sul tech attrae più giovani, ma contemporaneamente accresce le disuguaglianze. Si intercetta capitale umano, ma si alzano anche nuove barriere. È quanto emerge dalla ricerca anglo-italiana promossa dall’Università d’Annunzio di Chieti-Pescara e dall’Essex Business School. Focus su 42 città italiane lungo ben tredici anni.
Marchesani: «Il rischio? Una città smart per sé stessa»
A ogni incremento dell’indice di smartness cresce fino al 79% la capacità di attrarre giovani lavoratori e fino all’83% studenti internazionali. Lo studio, presentato in anteprima sul Sole 24 Ore, copre il 26% della popolazione italiana e il 68% di quella delle principali aree urbane. «La lezione è che non bisogna scegliere tra tecnologia e inclusione. Le città che performano meglio dimostrano che la tecnologia genera opportunità, attrae giovani e rafforza la competitività e l’efficienza urbana. Il rischio nasce quando una città diventa smart per sé stessa – per opportunità o per investimento – e non per chi la vive. L’innovazione deve aumentare le opportunità senza aumentare le barriere, altrimenti la smart city rischia di trasformarsi in una città selettiva», afferma Filippo Marchesani, professore di management of innovation e digital consumer behaviour all’Università d’Annunzio di Chieti-Pescara e co-autore della ricerca con Rama Kummitha.
La smart city non coincide con digitalizzazione
Si conferma il paradosso: le smart city attraggono giovani, ma amplificano anche le disuguaglianze. Non è soltanto una questione di tecnologia. L’indice di smart city costruito dai ricercatori misura investimenti pubblici in ricerca e sviluppo, servizi digitali comunali, pratiche di sostenibilità energetica, governance verde, utilizzo di app pubbliche da parte dei cittadini e disponibilità di open data. In altre parole, la smart city non coincide con la digitalizzazione, ma con la capacità di integrare innovazione, partecipazione e sostenibilità.
Le più avanzate e chi resta indietro
Le città più smart sono Milano, Bologna e Bergamo, mentre tra quelle meno avanzate compaiono Reggio Calabria, Caserta e Foggia. «Le città sono sistemi aperti ma con risorse finite come spazio, abitazioni, servizi e capacità di assorbimento. Quando una smart city diventa più attrattiva richiama giovani, studenti, imprese e investimenti, generando nuove opportunità. Però aumenta anche la competizione per accedere a quelle opportunità. È qui che emerge il paradosso: si crea valore, ma non tutti riescono a beneficiarne allo stesso modo. Globalizzazione, migrazioni, turismo e spopolamento ridefiniscono gli equilibri urbani, rendendo ancora più importante accompagnare l’innovazione con politiche inclusive e accessibili», precisa Marchesani.
È il dilemma delle superstar cities che vincono e perdono allo stesso tempo, come scrive l’urbanista Richard Florida. Negli Stati Uniti città come San Francisco, New York, Boston e Seattle hanno attratto talenti, startup, investimenti ma questo successo ha prodotto aumento degli affitti, espulsione dei ceti medi e polarizzazione sociale. L’inafferrabile generazione Z non insegue la tecnologia, bensì le opportunità che la stessa rende possibili. «Università, lavoro, mobilità, reti professionali e possibilità di crescita restano i principali fattori di attrazione. La tecnologia è spesso data per scontata, ma agisce come abilitatore di ecosistemi più dinamici e connessi. Oggi sta emergendo un elemento nuovo come la qualità della vita. I giovani valutano questo aspetto centrale tanto quanto le opportunità di crescita lavorativa ed economica», dice Marchesani.
