Greta Farina ha 26 anni. Da 7 vive a Londra. Ha scelto il King’s college per la laurea triennale e poi si è spostata a Cambridge per la magistrale. «Le cose oggi sono molto cambiate con la Brexit, ma quando io sono arrivata, nel 2019, ho avuto sostegni pubblici per studiare nei migliori atenei, ho avuto la possibilità di fare piccoli lavori part time per mantenermi e adesso faccio ricerca in un Paese dove c’è l’approccio analitico e il sostegno che serve alla ricerca», racconta. All’Italia pensa sempre, «è il mio Paese preferito».

Se le si chiede del ritorno, però, no, quella è tutta un’altra storia. Molti gli ostacoli, i principali, soprattutto per chi fa ricerca come lei, sono «la precarietà e il salario», come ha raccontato al Festival dell’Economia di Trento a cui ha voluto partecipare mandando la sua candidatura al concorso Call for ideas, le voci del domani.

Con le sue idee è risultata tra i vincitori ed è volata una settimana a Trento dove ha partecipato al panel organizzato in collaborazione con Aidp, intitolato Chi sceglie chi nel mercato del lavoro, aperto da Benedetta Dalbosco, presidente dell’associazione di Trentino, Alto Adige e Sudtirol che nella sala dell’evento al Castello del Buonconsiglio ha voluto spiegare quanto è sentito oggi questo tema tra i direttori del personale, nelle imprese private come anche nel pubblico con cui l’associazione collabora.

Il patto psicologico incrinato

La questione è molto complessa e gli strumenti canonici non bastano più per capirla. Paolo Iacci, direttore scientifico di Aidp, presidente di Eca e docente all’Università Statale di Milano, ricorda che «ad aprile 2026, secondo Unioncamere, le figure considerate di difficile reperimento erano il 44,6% del totale delle posizioni ricercate. Però ridurre tutto a una semplice difficoltà di recruiting sarebbe un errore». La verità, continua Iacci, è che «si è incrinato il tradizionale patto psicologico tra lavoratore e impresa. Per decenni lo scambio implicito era chiaro: stabilità e appartenenza in cambio di fedeltà e disponibilità. Oggi questo equilibrio si è incrinato e le persone cercano senso, qualità della vita, crescita professionale, mentre molte aziende continuano a usare modelli culturali del passato».

Il valore delle relazioni

Il professor Luca Solari, ordinario di organizzazione aziendale all’Università Statale di Milano e membro del comitato scientifico di Aidp, considera ormai superata quella narrazione di un mercato del lavoro in cui le imprese non trovano le persone giuste perché mancano le competenze. I numeri raccontano qualcosa di più ambiguo: da un lato ci sono le figure di difficile reperimento, dall’altro c’è il fenomeno dei lavoratori over-educated che le nuove generazioni non sono più disposte ad accettare. Il risultato è che «chi è più bravo, se può lascia il Paese perché misura l’investimento che sta facendo non solo per il presente, ma per il futuro». Il contratto psicologico tra imprese e persone, secondo Solari, si è rotto da entrambe le parti. «Oltre 1,6 milioni di under 35 si sono dimessi volontariamente nel 2024, il 55% dei giovani dice di voler lasciare entro 2 anni se non si sente valorizzato, il ghosting dei candidati è aumentato del 400% in tre anni e colpisce in modo simmetrico anche le aziende. Siamo di fronte a uno svuotamento del potere su entrambi i fronti» e la via d’uscita «non è economica, è relazionale. Il mercato del lavoro non è un mercato, è una relazione e ha bisogno di tempo, libertà e fiducia, tre risorse che il sistema italiano fatica ad offrire».

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