Storie Web sabato, Settembre 19

C’è un momento, in ogni degustazione, in cui cala il silenzio. Tutti col naso nel bicchiere. Uno dice prugna, uno grafite, un altro sottobosco e poi tutti annuiscono tranne te. Perché a te, in realtà, quel vino non piace neanche un po’. Ma non lo dici. Anzi, lo definisci interessante. Complesso. Particolare. Evoluto. Quattro paroline eleganti che, nel gergo degli appassionati, spesso significano una cosa sola: non mi piace, ma non ho il coraggio di dirlo.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Col vino abbiamo un problema curioso. È più facile confessare un tradimento che ammettere che quella bottiglia da cento euro proprio non ci va giù. Il gusto personale viene ancora trattato come una colpa, quasi fosse una lacuna da colmare. Se non ti piace quello che piace agli esperti, il problema non è il vino. Sei tu che non l’hai capito.

E invece ci sono due piani che spesso confondiamo per non litigare a tavola. Il primo è tecnico. Il vino è fatto bene? È pulito, coerente, equilibrato? Rispetta il vitigno e il territorio? Ha una personalità, intesa come carattere? Perfetto. Possiamo incoronarlo.
L’altro è umano, imperfetto e molto più onesto. Ma ne berrei un altro bicchiere?

La prima domanda richiede studio, la seconda sincerità. D’altra parte sappiamo tutti che Picasso è stato un genio. Ma se a casa nostra preferiamo Van Gogh – possibilmente senza doverlo spiegare a un critico d’arte – non succede niente. Possiamo riconoscere che Guernica sia un capolavoro e continuare a tenere un bel Girasoli in salotto. Non ci ritirano la patente di intenditore, al massimo ci giudica il cognato.

Con il vino, invece, funziona diversamente. Se dici che quel naturale ossidativo, con sentori di stalla e staccionate, non fa per te, rischi di passare per bacchettone. Se confessi che quel Supertuscan così perfetto, levigato e pettinato come un commercialista a colazione da Cracco non ti emoziona, sei incompetente. In pratica abbiamo confuso il consenso con la verità.

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