Storie Web mercoledì, Agosto 19

Se fino a cinque anni fa, a meno che tu non avessi studiato composizione o masticassi approfonditamente qualche DAW, l’unico modo per pubblicare un brano era affidarsi a un produttore. Eri fortunato se avevi un fratello, un amico o un cugino nel giro, o eri costretto a spendere cifre importanti per un lavoro, quantomeno, professionale. Oggi lo scenario è radicalmente cambiato. Molti artisti indipendenti si affidano direttamente all’AI generativa per produrre la propria musica. E non solo loro: persino grandi marchi, per le loro campagne pubblicitarie televisive e non, scelgono produzioni artificiali che, a mio avviso, risultano scarne e stereotipate, tradendo l’intento pigro di un prompt del tipo: “fai una canzone alla moda, orecchiabile e facile da memorizzare”.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Quello che salta subito all’orecchio è quella tipica compressione di alcune frequenze e quel mixaggio “plastificato” e omogeneo, privo di quelle micro-dinamiche e imperfezioni naturali, che siamo abituati a sentire in un brano realizzato senza l’utilizzo dell’intelligenza artificiale.

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Il potere del prompt: Focus su Suno

Tutto questo è diventato di una semplicità disarmante, soprattutto grazie a strumenti come Suno, che attualmente rappresenta la piattaforma di intelligenza artificiale musicale più popolare insieme a Udio. Il funzionamento è immediato e si adatta a ogni esigenza tramite tre livelli: il Free Plan a costo zero, che offre 50 crediti giornalieri e l’accesso al modello v4.5-all senza diritti commerciali; il Pro Plan che con 7,20 € al mese (con fatturazione annuale) sblocca il modello v5.5, 2.500 crediti mensili, diritti commerciali, funzioni di editing avanzato e la possibilità di registrare e intonare brani usando la propria voce; e infine il Premier Plan, che a 22 € al mese porta i crediti a 10.000, sblocca tre tipi di separazione delle tracce e include l’accesso diretto a Suno Studio.Già salendo al piano Pro, ad esempio, è possibile caricare un file audio grezzo in cui canti — anche solo la voce che abbozza la melodia —, specificare lo stile desiderato e lasciare che sia il software a generare il testo, se non ne hai già uno pronto. Una volta ottenuta la traccia, puoi scaricare le singole tracce da importare direttamente nella tua DAW per lavorarci sopra. Se invece si opta per il Premier Plan, la piattaforma mette a disposizione la sua DAW integrata (Suno Studio). Nel giro di qualche ora hai una canzone con un arrangiamento ampio, arricchita dagli effetti dello stile richiesto e pronta a sembrare, per un orecchio meno esperto, un vero e proprio lavoro da studio.Tuttavia, dietro questa apparente magia tecnologica si nascondono stratagemmi non del tutto corretti. Proprio il 31 luglio, infatti, il tribunale tedesco ha condannato Suno per violazione del copyright, stabilendo che la piattaforma ha addestrato i propri algoritmi utilizzando brani protetti senza aver né ottenuto le necessarie autorizzazioni né corrisposto i dovuti compensi. La sentenza ha sottolineato come tale condotta violi sia le normative tedesche che quelle statunitensi, imponendo alla società il pagamento di un risarcimento, non ancora specificato, che segna un precedente decisivo per il futuro dell’intero settore dell’IA generativa.

La bolla degli stream

Questa democratizzazione e l’iper-produzione di contenuti standardizzati hanno generato una vera e propria bolla, dove l’intelligenza artificiale viene sfruttata sia per inquinare il mercato sia per ripulirlo. Da un lato, i truffatori usano l’IA generativa per sfornare a ciclo continuo migliaia di brani, caricati sugli store per essere dati in pasto a bot che fanno girare la traccia in loop continuo per la soglia minima necessaria a conteggiare l’ascolto, drenando le royalties dai fondi globali di piattaforme come Spotify, Amazon Music e Apple Music. Un’operazione dai costi molto bassi, considerando che per arrivare a 5.000 ascolti si possono spendere appena tra i 2 e i 5 euro.La reazione delle piattaforme, tuttavia, non si è fatta attendere: nel solo ultimo anno, Spotify ha rimosso oltre 75 milioni di tracce classificate come spam o generate in massa dall’IA. Per distinguere l’autenticità umana dal rumore sintetico, è stato introdotto il badge “Verificato da Spotify”, un sigillo di garanzia che premia solo chi dimostra un coinvolgimento reale, escludendo di fatto i profili basati esclusivamente su contenuti artificiali. Inoltre, la piattaforma monitora attivamente pattern innaturali di ascolto e picchi sospetti, applicando sanzioni severe che colpiscono non solo i singoli artisti, ma anche l’intera filiera di distribuzione che facilita queste pratiche.

Oltre l’algoritmo

In conclusione, come in ogni campo, l’intelligenza artificiale è pura efficienza, non creatività. Può replicare schemi, anticipare tendenze, velocizzare i processi e lanciare un artista nelle vette delle classifiche, anche se esso non esiste. A confermare questa urgenza di tutela è intervenuta anche la FIMI con linee guida e criteri specifici sull’intelligenza artificiale, stabilendo che le classifiche ufficiali debbano rimanere uno spazio riservato e legittimo per la creatività umana. Proprio per questo motivo, il valore del futuro risiederà esclusivamente nell’autenticità umana. Alla base di ogni artista, e non artigiano, c’è sempre un sentimento, un vissuto, uno sguardo soggettivo che si vuole restituire al mondo. L’AI viene addestrata continuamente con quello che è stato già detto, ma un artista che vuole sinceramente dire la sua, avrà qualcosa di nuovo da mostrare che l’AI, forse, non ha previsto. E poi diciamolo: a noi piace un artista per come canta e per la sua originalità; molte volte ci piace un brano perché è di un determinato artista, e questo batterà sempre l’intelligenza artificiale

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