Tassi fermi, ancora una volta. La riunione di luglio del Comitato di politica monetaria della Federal reserve (Fomc) dovrebbe chiudersi mantenendo fermo al 3,50-3,75% il corridoio dei Fed Funds, il tasso di riferimento per gli Stati Uniti. Sono le aspettative dei mercati, in linea cone le informazioni disponibili sulle intenzioni dei banchieri centrali: i “dots” – le previsioni dei singoli governatori (ma non del presidente Kevin Warsh che si è rifiutato) sull’andamento del costo ufficiale del credito – esprimevano a giugno una mediana del 3,75%, contro il 3,25-3,50% di marzo, dicembre e settembre 2025, e una media, più sensibile ai dati estremi, appena più alta.
Non sembrano ci siano, al momento, indicazioni che spingano in una direzione diversa, in un senso o nell’altro. È vero che le tensioni nel Medio Oriente si stanno acuendo, ma le aspettative di inflazione a lungo periodo non segnalano ancora movimenti significativi che possano spingere il Comitato – e il suo presidente, piuttosto orientato a mantenere il costo ufficiale del credito a livelli non troppo elevati – ad adottare un orientamento più stringente.
L’inflazione – misurata dall’indice Pce (Personal consumption expenditures) – appare in rialzo da tre mesi almeno (i dati sono fermi a maggio: il prossimo sarà pubblicato giovedì 31 luglio, il giorno successivo la riunione di luglio), ma al momento è soprattutto effetto del rialzo dei prezzi dell’energia. Anche l’esperienza degli anni scorsi consiglia di non considerare “temporanei” troppo a lungo questi rincari.
I mercati stanno però svolgendo almeno in parte il lavoro della Federal reserve. I rendimenti sono aumentati rispetto ai mesi scorsi: se la parte a brevissimo termine – che esprime e realizza la politica monetaria – è rimasta relativamente bassa e non sembra creare il rischio che mercati e Fed vadano in direzioni diverse – anche se occorrerà monitorare attentamente quello che succede – quella a medio periodo, rilevante per gli investimenti, è tornata a livelli abbandonati a metà 2024. Le condizioni finanziarie misurate dall’indice della Fed di Chicago lungo tutta la catena di trasmissione della politica monetaria continuano in ogni caso a diventare meno stringenti.
Il recente calo dei prestiti al settore commerciale e industriale, per quanto decisamente meno importanti negli Stati Uniti di quanto siano in Europa, è uno degli elementi che evidenziano quanto siano decisive prudenza ed equilibrio in questa fase. I crediti sono in calo da metà maggio. Niente di allarmante, l’incremento annuo è ancora robusto ma – insieme all’andamento oggi zoppicante, anche se molto volatile, delle assunzioni, consiglia un po’ di circospezione.
