Le tappe del confronto
Il confronto si sposta ora sul piano istituzionale. Nell’ultimo rinnovo contrattuale sono stati assunti impegni sul tema della previdenza dedicata e, entro ottobre, è atteso l’avvio di un confronto specifico con il coinvolgimento di rappresentanti di sei Ministeri.
«Con la legge di stabilità del 2022 – ha affermato Maurizio Gasparri, presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa del Senato e senatore di Forza Italia, nell’intervento al convegno – ho fatto istituire, insieme ad altri colleghi, una voce per la previdenza dedicata e per la quale poi sono stati stanziati, negli anni successivi, alcune decine di milioni di euro, che non sono sicuramente sufficienti per risolvere il problema, ma sono stato operativo ed attivo su questo tema. In occasione del rinnovo del contratto il governo si è impegnato a fare un tavolo, entro 90 giorni, che si dovrà riunire rapidamente per affrontare e risolvere il tema della previdenza dedicata. Siamo arrivati al punto in cui bisogna completare lo stanziamento nel quadro delle risorse da destinare alla difesa», ha concluso Gasparri.
Da parte sua Stefano Graziano, capogruppo Pd in Commissione Difesa della Camera, nel corso del suo intervento ha messo in evidenza che «dal confronto con le rappresentanze del personale militare emerge con chiarezza una forte preoccupazione: mentre il Governo continuano a destinare risorse agli investimenti sulle armi, restano ancora senza risposte adeguate questioni fondamentali per la vita dei nostri militari. Penso innanzitutto alle retribuzioni – ha affermato -, che devono essere adeguate al costo della vita e alla specificità del lavoro svolto; penso alla previdenza, sulla quale occorre finalmente affrontare in modo serio e organico il tema della specificità del personale militare; penso alla formazione, che non può essere considerata una voce accessoria, ma un investimento sulla professionalità e sulla sicurezza; e penso soprattutto alla drammatica questione degli alloggi di servizio, che riguarda direttamente migliaia di militari e le loro famiglie. Una difesa forte non si costruisce soltanto con le armi, ma investendo sulle persone. È su questo che è necessario da parte del Governo un cambio di passo», ha concluso Graziano.
Zanetta: che cosa è accaduto nel passaggio dal retributivo al contributivo
Durante il convegno sono intervenuti alcuni esperti, che hanno fornito alcune chiavi per affrontare la questione. «Quando parliamo di retributivo – ha spiegato Alberto Zanetta segretario nazionale Usmia con delega al trattamento economico – parliamo di quel tipo di calcolo delle pensioni che avveniva prima della cosiddetta “riforma Dini”. C’è una data spartiacque, il 31 dicembre 1995, quindi tutto il personale che era andato in pensione prima del primo gennaio 96 era cosiddetto “retributivo puro”. Il retributivo puro si sostanziava in una percentuale del 2% per un massimo di 40 anni di contributi. Faccio un esempio – continua l’esperto -: se io fossi stato un retributivo puro e un’altra persona fosse stata un mio collega che era entrata assieme a me in accademia, indipendentemente dal tipo di carriera che noi avremmo fatto, alla fine il nostro trattamento pensionistico sarebbe stato identico, perché in maniera molto asettica si dicevano massimo 40 anni di contributi, 2%, quindi era l’80% dell’ultimo retribuzione utile ai fini pensionistici».
Con il passaggio al sistema contributivo, il quadro è cambiato. Il passaggio non è avvenuto in maniera drastica, è stato previsto un periodo di transizione. La transizione cosa ha previsto? «Ha previsto la creazione di due figure, quelli che noi chiamiamo “misti” e poi i “contributivi puri”, ha risposto Zanetta. «I misti erano quelli che alla data del 31 dicembre 1995 erano in servizio ma avevano almeno 18 anni utili. Ecco – osserva l’esperto – faccio un piccolo inciso quando parliamo di utili, perché nel servizio militare c’è il servizio militare effettivo, data di arruolamento data di concedamento, e poi ci sono delle maggiorazioni figurative per un massimo di 5 anni. Quindi il personale che era arrivato ad avere 18 anni utili era sì contributivo ma di fatto il suo trattamento pensionistico era fatto per la grande maggioranza dell’ammontare ancora col sistema retributivo. Quindi – continua l’esperto – io li chiamo i “misti retributivi”. Ci sono poi i misti contributivi e sono quelli su cui cominciamo a focalizzare la nostra attenzione, ossia quel personale che era in servizio alla data del 31-12-95 ma non aveva i 18 anni utili. Per questo tipo di personale sono cominciate ad entrare delle quote di calcolo, quindi il sistema retributivo sino alla data del 31-12-95, il sistema contributivo a partire dal primo gennaio 96. Poi ci sono i terzi che sono i “contributivi puri”. I contributivi puri sono quelli che sono entrati in servizio al primo gennaio del 96 per cui non hanno nessun tipo, chiamiamola di eredità, di retributivo. Pertanto la loro pensione è molto semplice da calcolare perché si tratta semplicemente di andare a prendere il loro montante contributivo moltiplicato per il loro coefficiente di trasformazione diviso 13 e ho la mia pensione lontana. Il problema – ha sottolineato Zanetta – è che l’importo, l’assegno effettivo è decisamente inferiore a quelli che sono i misti e non faccio neanche il confronto con i retributivi. Quindi – ha concluso l’esperto – è questa la differenza fondamentale».
