Qui arriva il punto. Se a transare sono due agenti, chi garantisce chi sono, con quale mandato operano, quale responsabilità si portano dietro? Pellegrini usa una metafora da veterano del digitale. Parla di un nuovo «momento HTTP». Come quando, a metà anni Novanta, il web smise di essere un protocollo per iniziati e diventò la strada principale di Internet. “Questa canalizzazione ce l’ho molto chiara”, dice. «È la stessa sensazione che ho provato nel 1995 quando avevo scoperto internet». Tradotto: oggi stiamo guardando un passaggio di fase. Non un aggiornamento di prodotto, ma un cambio di grammatica delle transazioni.
Per questo Namirial prova a posizionarsi non come semplice fornitore di firma o identificazione, ma come snodo fiduciario. «Si apre un’opportunità enorme perché serve un’infrastruttura fiduciaria per certificare queste transazioni» osserva Pellegrini. È una frase che pesa soprattutto nei settori dove l’errore non è ammesso o costa caro: credito, polizze, pratiche amministrative, contratti digitali. Se l’IA diventa il motore, qualcuno deve costruire i guardrail.
Ma nell’analisi di Pellegrini c’è anche un messaggio per l’industria tecnologica. La prossima battaglia, dice, si giocherà sui prodotti “già agenti”. Non software che aspettano istruzioni, ma strumenti capaci di agire in autonomia dentro confini verificabili. È uno slittamento importante: dal tool all’attore. Dal pulsante al delegato. E quando il software diventa delegato, la fiducia smette di essere una funzione laterale. Diventa il prodotto.
Anche il metro con cui si misurerà il successo delle aziende, secondo l’ad di Namirial, cambierà pelle. «Il successo nel futuro si baserà sui ricavi che farai, non su quanto hai ridotto la produttività», dice. È una stoccata interessante, quasi controintuitiva, in una stagione in cui l’IA viene raccontata soprattutto come forbice dei costi. Per Pellegrini il punto non è tagliare. È fare di più. Molto di più.
La prova del nove sarà interna. «Mi aspetto di raddoppiare il business senza far crescere tantissimo il numero di persone», spiega precisando che l’attesa è di riuscire ad aumentare la produttività «con lo stesso numero di persone». Non è automazione che sostituisce il lavoro. È qualcosa di più sottile e, per certi versi, più realistico: la stessa squadra che riesce a spingere un volume di attività più alto, perché il software si prende il carico ripetitivo e lascia agli umani le eccezioni, il disegno, la responsabilità finale.











