Il 10 ottobre si celebra la Giornata mondiale della salute mentale, dedicata quest’anno al tema “Lived experiences heard: real voices, real change”, cioè dare più spazio e ascolto a chi vive in prima persona un disturbo mentale. Chi ha vicino un familiare o un amico in difficoltà spesso teme di “dire la cosa sbagliata” o addirittura di peggiorare la situazione parlandone apertamente, magari chiedendo se pensa al suicidio. È una paura comprensibile: cerchiamo di capire se gli studi su questo argomento possono aiutarci.
Parlare di suicidio con una persona in difficoltà può spingerla a farlo davvero?
Il suicidio resta un problema di salute pubblica rilevante: nel mondo si stimano più di 720.000 morti per suicidio ogni anno. Per ogni persona adulta che muore per suicidio, si calcola che più di 20 abbiano fatto almeno un tentativo. Proprio per la gravità del tema, molti evitano di affrontarlo per timore di “mettere in testa” alla persona un’idea che prima non c’era. L’evidenza scientifica disponibile, però, non conferma questo timore. Una revisione sistematica con meta-analisi di otto studi randomizzati controllati non ha trovato alcun effetto statisticamente significativo dell’essere interrogati sul tema del suicidio, né sui pensieri o comportamenti suicidari né sul disagio psicologico, subito dopo la domanda o nei giorni successivi. Una rassegna della letteratura scientifica del 2014, che aveva analizzato tredici studi su popolazioni adulte e adolescenti, era giunta a una conclusione simile: nessuno degli studi considerati aveva rilevato un aumento dei pensieri suicidari in chi veniva interrogato direttamente sull’argomento, e in alcuni casi parlarne sembrava persino ridurli.
Quindi va sempre bene parlarne, in qualunque modo?
Non proprio: quello che sembra fare la differenza è il modo in cui se ne parla. Una conversazione empatica, uno a uno, con una persona che si vuole aiutare è cosa diversa dal modo in cui il suicidio viene raccontato, ad esempio, dai mezzi di comunicazione di massa. Questo fenomeno di imitazione è noto in letteratura scientifica come “effetto Werther”, dal nome del protagonista del romanzo I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang von Goethe (1774), che si toglie la vita: alla pubblicazione del libro furono attribuiti, all’epoca, alcuni casi di suicidio per imitazione, da cui il nome scelto decenni dopo dalla ricerca scientifica per descrivere questo tipo di fenomeno. Una revisione sistematica con meta-analisi ha rilevato che il resoconto giornalistico di suicidi di personaggi famosi è associato a un aumento tra l’8% e il 18% dei suicidi nella popolazione generale nei due mesi successivi alla pubblicazione, con un aumento ancora più marcato, tra il 18% e il 44%, quando il resoconto descrive nel dettaglio il metodo con cui il suicidio è stato messo in atto. Al contrario, una revisione sistematica con analisi dei dati individuali di otto studi randomizzati controllati ha rilevato che, in persone con una vulnerabilità al suicidio già accertata, l’esposizione a racconti mediatici centrati sulla speranza e sul recupero da una crisi suicidaria è associata a una piccola riduzione dell’ideazione suicidaria nelle quattro settimane successive; la stessa ricerca non ha invece trovato differenze significative sulla disponibilità delle persone a chiedere aiuto. La differenza, insomma, sembra stare più nel “come” se ne parla che nel “se” se ne parla.
In pratica, come posso aiutare una persona vicina a me che sta soffrendo?
Non serve essere specialisti per essere utili. Alcuni suggerimenti pratici, tratti dalle indicazioni della Mayo Clinic: parlare alla persona di ciò che si è notato, spiegando con calma il motivo della propria preoccupazione, senza accuse o giudizi; ricordarle che un disturbo come la depressione non è una debolezza, ma una condizione che può migliorare con un trattamento adeguato; se si teme un rischio concreto, chiedere direttamente e con delicatezza se la persona sta pensando al suicidio e se ha già in mente un modo per farlo: avere un piano concreto è considerato un segnale che aumenta la probabilità che il gesto venga messo in atto; in caso di rischio grave e immediato, non gestire la situazione da soli: contattare subito un medico, un servizio di salute mentale o il pronto soccorso.
Coinvolgere direttamente la persona che soffre nelle scelte sulla propria cura può fare la differenza?
È proprio uno dei punti al centro del tema scelto per la Giornata mondiale 2026: le persone con esperienza diretta di un disturbo mentale non dovrebbero essere solo destinatarie delle cure, ma parte attiva nel costruirle. Una revisione Cochrane aggiornata nel 2022, su 15 studi randomizzati controllati e oltre 3.100 partecipanti, ha rilevato che le persone coinvolte in un processo di decisione condivisa con un professionista sanitario riferiscono, subito dopo la visita, di sentirsi maggiormente coinvolte nelle scelte che le riguardano; gli stessi autori definiscono però bassa la certezza di questa prova, così come quella relativa alla maggior parte degli esiti clinici e di aderenza al trattamento. Le prove disponibili sul supporto tra pari, cioè fornito da persone che hanno vissuto in prima persona un disturbo mentale, sono ancora limitate: una revisione che ha riunito i risultati di 35 revisioni precedenti segnala che il 97% di esse era di qualità bassa o molto bassa, e che il quadro complessivo indica un possibile beneficio su sintomi depressivi e percorso di recupero personale, ma senza risultati solidi su sintomi generali e ricoveri. Un’altra revisione sistematica, su nove studi che hanno valutato il coinvolgimento delle persone con esperienza vissuta nella progettazione dei servizi di salute mentale, ha osservato che le forme di coinvolgimento più estese, come la co-progettazione, sono associate a servizi percepiti come più accessibili e a una maggiore soddisfazione, pur mancando dati solidi sugli effetti a lungo termine. Su questa base, nel 2023 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un documento di indirizzo che raccomanda di coinvolgere sistematicamente le persone con esperienza vissuta nella progettazione, nella valutazione e nel governo dei servizi sanitari.











