Si aprono spiragli sulla ripresa dell’industria italiana della moda, uno dei motori del Paese che si è inceppato negli ultimi due anni a causa di guerre, inflazione, crisi energetica, politiche di prezzo che hanno disorientato e indotto un cambiamento dei consumi. Dalla fiera Pitti Uomo, che fino a domani riunisce a Firenze le collezioni per la primavera-estate 2027 di 740 marchi, per il 45% straniere, arriva una ventata di ottimismo. Ancora piccola, timida, ma percepibile.
Nella calura della sede espositiva della Fortezza da Basso affollata di compratori, alle prese con i disagi causati da un guasto sulla linea ferroviaria ad alta velocità Bologna-Firenze, le aziende di moda ricominciano a sperare. L’accordo tra Stati Uniti e Iran sulla fine della guerra in Medio Oriente è visto come un segnale: «Soprattutto dal punto di vista psicologico», sottolinea Antonio De Matteis, presidente di Pitti Immagine (la società organizzatrice del salone) e ceo del marchio di fascia alta Kiton, che al Pitti Uomo presenta la collezione KNT laboratorio di sperimentazione del brand.
«Gli effetti dell’accordo Usa-Iran si vedranno tra qualche mese – aggiunge –, ma l’intesa rappresenta un segnale positivo anche per l’altro conflitto in essere in Ucraina, che ha danneggiato fortemente il settore moda. Non ci dimentichiamo che il mercato russo valeva moltissimo, sia per le vendite in quel Paese, sia per i turisti russi che venivano a comprare in Italia e che oggi non ci sono più». Kiton ha chiuso il 2025 con un fatturato in crescita del 3% a 230 milioni di euro e nei primi tre mesi di quest’anno ha segnato +10,5%. «Bisogna continuare a fare grande ricerca e grande innovazione – aggiunge De Matteis – e inoltre è arrivato il momento di ascoltare di più i negozi multimarca che sono fondamentali perché hanno una visione più ampia del mercato».
Anche per Claudio Marenzi, titolare del marchio di fascia alta Herno, la pace in Medio Oriente avrà «effetti di allentamento delle tensioni che si sono accumulate sul mercato», ma effetti ancora più benefici avrebbe «la soluzione della guerra in Ucraina». Herno ha chiuso il 2025 in crescita del 6% a 194 milioni di euro e quest’anno prevede di superare i 200 milioni di ricavi, trainato dal retail diretto che nei primi sei mesi ha segnato +15%: «Non abbiamo ampliato i mercati – spiega Marenzi – ma abbiamo esteso le categorie merceologiche aggiungendo capi più leggeri che hanno dato consistenza: ora anche il wholesale vede Herno come un marchio total look. E inoltre abbiamo mantenuto un bilanciamento tra qualità e prezzo che è unico nel segmento enter to luxury».
L’accordo Stati Uniti-Iran «ci farà ripartire tutti» secondo Niccolò Ricci, ceo del marchio fiorentino d’alta gamma Stefano Ricci che ha chiuso il 2025 a 217 milioni di fatturato (+1% al netto di componenti straordinarie) con ebitda di 61 milioni, e che nei primi cinque mesi di quest’anno ha segnato +6 per cento. «La fine della guerra in Medio Oriente significa prima di tutto iniezione di positività», aggiunge Ricci, che ha appena aperto boutique a Washington e a Roma e si prepara ad aprire a Città del Messico: «La fascia alta ha bisogno di prodotti belli e fatti sempre meglio, se cerchi scorciatoie sei perdente. Noi non facciamo secondo linee, non facciamo saldi e cerchiamo di migliorare sempre il livello qualitativo».

