Storie Web giovedì, Settembre 3

Otto voti giurati contro, solo uno a favore dell’accusa. Così il tycoon maltese Yorgen Fenech è stato assolto a conclusione del processo cominciato il primo luglio scorso con le accuse di cospirazione e complicità nell’ omicidio di Daphne Caruana Galizia, uccisa il 16 ottobre 2017 da una bomba piazzata nella sua auto.

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Dopo nove anni Malta ha cinque uomini in galera condannati per avere materialmente organizzato ed eseguito l’attentato, un intermediario confesso graziato per avere raccontato chi gli diede l’ordine, ma nessuno riconosciuto colpevole di averlo dato. Pochi minuti dopo il verdetto Fenech è uscito dal Tribunale da uomo libero, attorniato dai giornalisti che lo aspettavano all’ingresso. Un abbozzo di sorriso, poche parole, poi è salito in macchina e si è allontanato assieme a uno dei suoi avvocati.

Una scena difficilmente immaginabile fino a poche ore prima, a quasi sette anni dall’arresto del 20 novembre 2019, durante i quali la procura ha costruito il caso contro il tycoon accusato di essere il mandante, tenendolo in carcerazione preventiva per oltre cinque anni e 2 mesi prima di ottenere la libertà vigilata. Per 44 giorni l’accusa ha sciorinato davanti alla giuria testimoni, intercettazioni, messaggi, dati telefonici e movimenti di denaro.

Prove da cui sono scaturiti decine di altri processi per corruzione e che hanno scoperchiato altri casi. Al centro Melvin Theuma, l’intermediario graziato nel 2019, che ha indicato Fenech come l’uomo che gli affidò 150mila euro per organizzare l’assassinio. Alla difesa è bastato molto meno: aprire una crepa nella sua ricostruzione e far parlare, per la prima volta pubblicamente dall’arresto, l’imputato. Fenech è salito sul banco dei testimoni e per quattro giorni ha puntato direttamente il dito contro Keith Schembri, un tempo suo fraterno amico e allora potentissimo capo di gabinetto del premier Joseph Muscat.

«Il vero mandante è stato lui», ha detto indicando Schembri, che ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento e non è imputato nel processo. L’erede del Tumas Group con la passione per le società segrete a Dubai e negli Emirati Arabi, quello che «entrò nel panico» il 22 febbraio 2017 quando Daphne pubblicò il primo post col nome «17 Black». Chi l’ha uccisa, i fratelli Degiorgio che prepararono, armarono e fecero esplodere la bomba con un detonatore attivato da un cellulare, ha raccontato che già nel 2015 c’era un complotto per uccidere Daphne, avviato dall’ex ministro delle finanze Chris Cardona.

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