“Coltivare il mare e lasciar stare la terra” era già la regola d’oro della Repubblica di Venezia, mille anni fa. Da allora ad oggi l’economia degli oceani, detta anche “blue economy” è cresciuta molto più rapidamente dell’economia di terra, fino a superare i 3mila miliardi di dollari, dando lavoro a oltre 100 milioni di persone, in base ai dati dell’Unctad e dell’Ocse. Si prevede che questa crescita continui fino al 2050, trainata da due grandi aree: da un lato i settori consolidati come l’acquacoltura, la desalinizzazione, la decarbonizzazione e le telecomunicazioni; dall’altro le industrie emergenti, tra cui le biotecnologie, le energie marine e altre innovazioni in fase iniziale.
Le spade di Damocle sulla blue economy
Già oggi, l’oceano regola il clima, supporta il 90% del commercio globale, dà da mangiare a 3 miliardi di persone, consente le comunicazioni, protegge i centri abitati e le infrastrutture costiere attraverso ecosistemi come le barriere coralline e le mangrovie. D’altro canto, la blue economy è esposta a rischi enormi. Circa 680 milioni di persone vivono in zone costiere destinate a essere sommerse dalla crisi climatica galoppante: un numero che supererà il miliardo entro il 2050. In base ai calcoli del Wwf, nel prossimo decennio sono a rischio infrastrutture costiere globali per un valore fino a 4mila miliardi di dollari. In un momento in cui le risorse terrestri diventano sempre più scarse e gli impatti dell’emergenza climatica accelerano, il mare emerge non solo come un sistema da proteggere, ma come un motore per la crescita economica e una grande fonte di soluzioni per l’acqua, il cibo, la sicurezza energetica e la mitigazione del clima. Le soluzioni climatiche marine potrebbero garantire fino al 35% delle riduzioni delle emissioni necessarie a limitare il riscaldamento a 1,5°C entro il 2050, secondo l’Ipcc.
Tecnologie e soluzioni a portata di mano
Le tecnologie chiave per catalizzare le opportunità di crescita sostenibile sono note. Nel settore dell’alimentazione, la pesca eccessiva e l’acquacoltura ad alta intensità si affrontano sviluppando filiere tracciabili, coltivazioni rigenerative di alghe e di proteine alternative. Contro l’inquinamento da plastiche, da prodotti chimici e da deflusso agricolo abbiamo vari sistemi innovativi di filtrazione dei rifiuti plastici a monte (sui fiumi), il trattamento obbligato delle acque reflue e i sistemi di riciclo dei rifiuti. Per il ripristino degli ecosistemi abbiamo tecnologie per l’allevamento dei coralli e infrastrutture rigenerative. Per i trasporti a basse emissioni di carbonio ci sono i combustibili alternativi, i porti verdi, l’elettrificazione delle navi e perfino la propulsione assistita dal vento. Per l’energia pulita c’è l’eolico offshore, l’energia dalle onde e dalle correnti, il solare galleggiante. Per l’intelligenza dei sistemi oceanici abbiamo sensori autonomi, modelli basati sull’IA, satelliti. Basta applicare su vasta scala quello che già c’è.
Il punto è che il 64% degli oceani (in termini di superficie) è al di fuori dalle acque territoriali e meno dell’1% di quest’area è attualmente protetta. Fenomeni come l’inquinamento da plastica, l’acidificazione e la pesca eccessiva sono attualmente fuori controllo. Il nuovo trattato Onu sulla Biodiversità nelle aree al di fuori della giurisdizione nazionale, chiamato anche High Seas Treaty, potrebbe iniziare a frenare questa corsa alle risorse marine, a condizione che le grandi potenze lo seguano, cambiando il proprio approccio verso gli oceani, basato sullo sfruttamento per la pesca, le estrazioni petrolifere e minerarie o le rotte commerciali, e adottando pratiche rigenerative.
Passi lenti nella protezione
Il trattato giuridicamente vincolante, entrato in vigore a gennaio 2026 e ormai ratificato da 90 paesi (fra cui la Cina e molti Paesi dell’Ue, ma non gli Stati Uniti né l’Italia), offre per la prima volta ai governi nazionali una sede in cui designare, finanziare e gestire aree protette, nonché risolvere la questione di chi debba trarre profitto dalle redditizie risorse genetiche marine, potenzialmente utili per scoperte in campo farmaceutico. In tal modo, l’accordo rende ora possibile proteggere il 30% degli oceani entro il 2030 (obiettivo 30×30), come prospettato dal Global Biodiversity Framework adottato dalla Cop15 del 2022, soprannominato anche “l’accordo di Parigi per la Natura”. Ma al ritmo attuale di protezione, secondo i calcoli di Greenpeace, l’obiettivo del 30% non sarà raggiunto prima del 2107.
