«Trattamenti di riunificazione» incompatibili con la Costituzione
Agli allontanamenti forzosi seguono spesso «i cosiddetti trattamenti di riunificazione coercitiva, ispirati ai modelli della Pas/Ap (alienazione parentale)», nota il testo. Ma «le evidenze scientifiche e le prese di posizione di organismi internazionali mostrano come tali interventi, oltre a essere privi di validazione scientifica, possano determinare gravi effetti traumatici e configurare forme di vittimizzazione secondaria o addirittura di maltrattamento istituzionale o tortura». La progressiva affermazione, sul piano normativo e giurisprudenziale, dei principi di autodeterminazione terapeutica, consenso informato, proporzionalità e tutela dell’integrità psicofisica del minore «rende sempre più incompatibili tali pratiche con il sistema costituzionale e convenzionale di protezione dei diritti fondamentali.
Il rifiuto verso l’altro genitore non giustifica l’allontanamento
A dispetto di ciò che accade in molti tribunali di tutta Italia, l’Agenda afferma con chiarezza «il principio secondo cui l’uso della forza nei confronti dei minori non può trovare alcuna giustificazione nei procedimenti civili relativi all’affidamento o alla regolazione delle relazioni familiari, salvo i casi eccezionali in cui sia necessario intervenire per sottrarre il bambino a un pericolo attuale e concreto per la sua vita o per la sua integrità fisica». Al di fuori di queste situazioni d’emergenza, il prelievo coattivo del minore dal proprio ambiente di vita e dal genitore di riferimento «costituisce una misura incompatibile con i principi costituzionali di tutela della persona, con il diritto all’ascolto, con il rispetto della dignità del minore e con gli obblighi derivanti dalle convenzioni internazionali».
Va dunque contrastato «con fermezza», secondo il documento, l’allontanamento forzoso «finalizzato esclusivamente a imporre relazioni genitoriali non desiderate o a realizzare astrattamente il principio di bigenitorialità ». Perché «rischia di trasformare gli strumenti di protezione in fonti autonome di trauma e sofferenza. La coercizione fisica o psicologica esercitata sui bambini in assenza di un rischio immediato per la loro incolumità non rappresenta una forma di tutela, ma può integrare una grave violazione dei loro diritti fondamentali».
Roccella: famiglia centrale per i primi interventi
Dopo l’introduzione del vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè (Fi), che ha sottolineato come «tutelare i diritti di bambini e ragazzi significa gettare le fondamenta per un mondo più libero e più giusto», è intervenuta la ministra per la Natalità, la Famiglia e le Pari opportunità, Eugenia Roccella. Che ha voluto esprimere apprezzamento alla Garante per il lavoro costante anche sui tanti «casi problematici» emersi all’attenzione della cronaca. «Investire sui minori vuol dire investire sul presente e sul futuro», ha sottolineato. Ricordando che l’orientamento, il metodo seguito dal Governo «parte dalla centralità della famiglia. Non un discorso di destra o di sinistra – ha precisato – ma un dato di fatto: i primi interventi che si possono effettuare a favore dei minori riguardano la famiglia, il nucleo in cui il minore cresce». Da qui il tentativo: «Non spostare altrove le responsabilità della famiglia, non depauperarne le competenze, ma cercare di ampliarle e aumentare l’autorevolezza genitoriale».
Terragni: minori rappresentati come «limite»
La Garante è partita dal disagio diffuso registrato sui media tra bambini e adolescenti, tra dipendenza dagli smartphone e radicalizzazione violenta. Ha ricordato il suo impegno contro gli allontanamenti impropri dalle famiglie. E ha biasimato il trattamento dei minori come «un problema, un limite». Il fenomeno della “non maternità di massa”, per Terragni, nasce anche da questa narrazione, non solo dalle carenze dei servizi e dei sostegni. «pesano solitudine, isolamento, mancanza di condivisione non solo con il partner, ma con la famiglia allargata e la comunità, tutto il villaggio che serviva a crescere un figlio».












