Alla Camera dalle parti della maggioranza c’è più di un timore sul voto segreto visto il precedente di luglio, quando nel segreto dell’urna franchi tiratori azzurri e leghisti avevano affossato le preferenze con i capilista bloccati poi reintrodotte in Senato. Ma la riforma elettorale messa a punto dal centrodestra e osteggiata da tutto il campo largo, Stabilicum o Melonellum che dir si voglia, approda nell’Aula di Montecitorio blindata. Anzi, blindatissima.
La blindatura del voto di fiducia e la minaccia delle urne anticipate
Il governo ha già posto la questione di fiducia sui due articoli della legge e la premier Giorgia Meloni è stata chiara: se nei due voti segreti, il primo sulle pregiudiziali di costituzionalità e l’ultimo finale sul testo, qualcuno avesse voglia di fare “scherzi” si andrebbe dritti alle urne. E si andrebbe alle urne con l’attuale sistema di voto, il Rosatellum, che per il centrodestra significherebbe sconfitta certa o al massimo pareggio e quindi “palude”: la presenza di Futuro nazionale di Roberto Vannacci potrebbe infatti “regalare” agli avversari ora uniti anche i collegi uninominali considerati sicuri, ribaltando il risultato del 2022. E, soprattutto, si tornerebbe a votare prima che i parlamentari di prima nomina abbiano maturato il diritto alla pensione (la dead line è tra fine marzo e inizio aprile 2027).
Meloni punta tutto sul voto utile: obiettivo arginare Vannacci e superare il 42%
Avanti tutta, dunque, con la strategia del voto utile per tentare di arginare l’ascesa del partito di Roberto Vannacci («se votate lui vince la sinistra») nella speranza di superare la soglia del 42% dei voti che fa scattare il premio di maggioranza. Premio che per volontà della Lega – che spera così di compensare la perdita al Nord dei collegi uninominali del Rosatellum – è attribuito non in percentuale ma tramite listoni coalizionali fissi di 70 deputati e 35 senatori fino ad arrivare a un tetto di 220 deputati e 113 senatori (tra il 55 e il 57% dei seggi). Ma è una scommessa tutta da vincere, per Meloni. Perché la verità è che la riforma è stata pensata prima dell’esplosione del fenomeno Vannacci, con il suo Futuro nazionale arrivato nei sondaggi oltre l’8% a scapito soprattutto della Lega. Con la conseguenza che il centrodestra è al momento sotto la fatidica soglia. L’ultimo sondaggio Ipsos di Nando Pagnoncelli parla chiaro: il partito di Vannacci è a livello nazionale all’8,8%, la Lega è scesa sotto il 5% (4,7%) e il risultato è che il centrodestra senza Vannacci è al 39,4%.
Il campo largo parte in vantaggio, ma la somma aritmetica non è somma politica
Ma anche i leader del campo largo, dato al 44,5% da Pagnoncelli, non possono dormire sonni tranquilli: la somma di Pd, M5s, Avs e Italia Viva è una somma aritmetica e non politica. E’ lecito immaginare che al momento del voto una parte degli elettori del M5s non voterebbe una coalizione guidata da Schlein, rifugiandosi nell’astensione o nel voto di protesta, e di contro una parte degli elettori del Pd si sposterebbe sul centro calendiano se a vincere le primarie dovesse essere invece Conte. Con il paradosso di una legge che la maggioranza ha voluto chiamare Stabilicum in nome del risultato certo e dunque della governabilità e che potrebbe invece portare alla “palude” se entrambi i poli dovessero restare sotto il 42%. Ma Meloni confida molto sul voto utile, sulla sua capacità comunicativa in campagna elettorale e soprattutto sulle divisioni degli avversari: con lo Stabilicum insomma può giocarsi una partita che con il Rosatellum sarebbe persa in partenza.
Con l’indicazione del candidato premier Meloni costringe Schlein e Conte alla faida delle primarie
L’innovazione più importante, dopo il premio di maggioranza, è non a caso l’introduzione dell’obbligo di indicazione del candidato premier al momento del deposito dei contrassegni liste e del programma, pena l’inammissibilità delle liste. Una norma fortemente voluta da Meloni per introdurre una sorta di piccolo premierato dopo che la “madre di tutte le riforme”, il Ddl Casellati sull’elezione diretta del premier, è stata accantonata in seguito alla vittoria del No al referendum confermativo sulla giustizia. L’indicazione del capo della coalizione esisteva già nel vecchio Porcellum con cui si è votato nel 2006, nel 2008 e nel 2013, ma non c’è dubbio che stavolta getta scompiglio nel campo largo e obbliga i leader di Pd e M5s Elly Schlein e Giuseppe Conte a primarie per la premiership potenzialmente divisive e laceranti. Che è esattamente l’obiettivo di Meloni.












