Le piccole centrali idroelettriche possono produrre più elettricità con l’acqua che hanno già a disposizione. Gli investimenti in turbine, generatori e impianti possono indurre «aumenti della producibilità del 5-10%», sostiene Paolo Picco, presidente di Federidroelettrica, associazione che riunisce 200 soci e circa il 20% dei piccoli produttori.
Questa prospettiva si è aperta grazie alla Corte di giustizia dell’Unione europea. La sua sentenza del 3 settembre ha stabilito che la direttiva Bolkestein non si applica agli impianti che hanno come attività principale la produzione di energia elettrica, includendo espressamente tra questi i piccoli impianti di derivazione idroelettrica (fino ai tremila kilowatt di potenza nominale media annua), che non devono più dunque essere messi a gara.
Il nodo delle concessioni ha tenuto bloccati gli investimenti per entrambe le dimensioni – sia piccoli che grandi impianti – perché i produttori non sapevano il destino degli impianti che avevano in gestione. Ora, invece, per le piccole derivazioni si aprono le prospettive di un orizzonte certo di investimento, dove è possibile investire capitali da recuperare nel tempo.
Le regioni del Nord concentrano oltre l’80% della produzione
Applicando la crescita stimata da Federidroelettrica all’intera produzione (da grandi e piccole derivazioni) si potrebbero avere grandi benefici in termini di produzione, soprattutto nelle sei regioni del Nord analizzate, che valgono circa l’83,5% di tutta la produzione idroelettrica nazionale. In Piemonte si potrebbe arrivare a 889 GWh in più; qui si producono circa 8.888 GWh all’anno, ed è l’unica regione per cui esistono delle stime sul peso del mini idroelettrico: «Oltre un terzo della produzione arriva dagli impianti di piccola taglia», rileva Picco. I due territori più rilevanti sono, invece, la Lombardia e il Trentino-Alto Adige, dove il calcolo porta l’aumento fino a 1.353 GWh l’anno per la prima e 1.319 GWh l’anno per il secondo (considerando lo scenario al 10%).
I dati sulla produzione aggiuntiva, stimati dall’associazione, sono «numeri che vanno usati con onestà metodologica», perché basati sul 2024, che è stato «un anno idrologicamente favorevole». Nel 2025 la produzione nazionale dall’acqua è scesa di oltre il 21% per «la scarsa piovosità», e anche i primi otto mesi del 2026 – dati Terna alla mano – hanno segnato -19% rispetto al 2025. Il settore è per sua natura variabile, ma «il suo ordine di grandezza resta significativo» e rende il rinnovo delle concessioni e l’efficientamento degli impianti «argomenti che vale la pena portare al tavolo con Regioni e Ministero», ribadisce il presidente di Federidroelettrica.










