Storie Web martedì, Maggio 12

Avanti con la riforma elettorale, fino in fondo, con la meta del via libera della Camera fissata entro la pausa estiva in modo da avere la “bollinatura” del Senato, e quindi la legge pronta all’uso, già in autunno. Ma non senza prima aver provato a coinvolgere le opposizioni, se non altro per una questione di metodo e per sottrarsi all’accusa di voler cambiare le regole del gioco a maggioranza.

Meloni mette la «fiducia politica» sulla riforma elettorale

Dopo aver incassato solo cinque giorni fa il via libera politico dai leader della maggioranza, ossia i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi, Giorgia Meloni fa capire che non scherza e che sul superamento dei collegi uninominali del Rosatellum mette una sorta di fiducia politica: a Palazzo Chigi ieri sera, attorno al tavolo, erano nuovamente riuniti i leader, ma stavolta accompagnati dai parlamentari che hanno seguito il confronto sul Melonellum (Giovanni Donzelli per Fratelli d’Italia, Roberto Calderoli per la Lega, Stefano Benigni e Alessandro Battilocchio per Forza Italia). «Sono necessarie modifiche al testo base? E allora facciamole, le modifiche, cercando di coinvolgere le opposizioni», è stato l’input della premier.

Il mandato ai capigruppo: coinvolgere Pd e M5s

Da qui il mandato ai capigruppo di avviare formalmente il tavolo del confronto con le opposizioni «nelle prossime ore». «Il nostro unico obiettivo è quello di dotare l’Italia di una riforma che garantisca governabilità e stabilità, per l’intera legislatura, a chiunque vinca le elezioni», si legge nella nota conclusiva del vertice, durato poco più di un’ora. «Con questo spirito, la maggioranza è pronta ad avviare il confronto con le opposizioni per verificare se, come si auspica, ci sia una convergenza sull’obiettivo della stabilità o se piuttosto si preferiscono sistemi che, non garantendo un risultato chiaro, consentono di governare anche a chi non ha il consenso della maggioranza dei cittadini».

Il niet (per ora?) delle opposizioni

Mai più governi di larghe intese o tecnici, insomma: a ben vedere uno “slogan” che incrocia anche l’interesse della segretaria del Pd Elly Schlein, che pure continua a rigettare come «irricevibile» il proporzionale con premio di maggioranza per chi supera il 40% dei voti messo in campo dal centrodestra. Come che sia, non c’è molta speranza nella maggioranza sulla possibilità di coinvolgere davvero le opposizioni, come si evince anche dai toni di sfida della nota finale (all’accusa di volersi cambiare le regole su misura per vincere si risponde “allora voi puntate all’inciucio e a governare senza mandato popolare”…). Ma un conto è una legge elettorale non votata dalla minoranza ma costruita per così dire anche con il suo apporto, un conto è andare in Aula con tutti i muri alzati, visto che a Montecitorio in materia elettorale sono previsti voti segreti.

Le possibili modifiche sul tavolo: premio ridotto e preferenze

Nel merito, nel mirino delle opposizioni e di parte dei costituzionalisti è finito come noto soprattutto il premio di maggioranza, pensato in quota fissa di 70 deputati (la metà in Senato) fino a un tetto massimo di 230 su 400, quasi il 58%. Troppo, notano i critici, perché pur essendo il premio abbastanza contenuto (nei vari scenari si mantiene quasi sempre attorno al 10%) a determinate condizioni potrebbe sfiorare il 60% e comunque superare la soglia “costituzionale” del 55% mettendo i vincitori nella condizione di potersi eleggere in totale autonomia il Capo dello Stato. Le soluzioni già sul tavolo sono due: o optare per un premio a percentuale fissa del 55% (soluzione preferita da Forza Italia) o ridurre il listone da 70 a 60 deputati (soluzione preferita dalla Lega, che così punta ad una compensazione interna per le perdita dei collegi uninominali al Nord). C’è poi il nodo delle preferenze, assenti dal testo base per la contrarietà della Lega ma rilanciate da Fratelli d’Italia e teoricamente sostenute da dem e pentastellati.

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