Storie Web domenica, Ottobre 4

Per il 2027 «non emergerebbe la necessità di una correzione di bilancio», cioè di un taglio alla spesa o di un aumento di entrate, anche perché il «lieve sforamento» rispetto ai tetti di spesa primaria concordati con la Ue «sarebbe interamente assorbito dall’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale». Solo dopo, «nel 2028 e nel 2029, si renderebbero disponibili spazi di bilancio per una manovra moderatamente espansiva». Queste poche righe, scritte a pagina 59 del Documento programmatico di bilancio inviato dal Governo alle Camere nella notte fra venerdì e sabato, illustrano con qualche efficacia le ragioni della dose aggiuntiva di prudenza promossa venerdì sera da Giancarlo Giorgetti. Rispetto alle ipotesi di un mese fa «credo che l’approccio debba essere più prudente, perché il contesto richiede maggiore attenzione», ha detto il ministro dell’Economia in conferenza stampa, disegnando un quadro in cui molte delle esigenze di una politica attesa alla prova del voto sembrano dover cedere il passo a quelle di una finanza pubblica alle prese con inflazione e rialzo dei tassi: le due notizie peggiori per un Paese ad alto debito.

La regola della spesa

Il punto nasce dalla traiettoria della spesa netta, il limite alle uscite (senza contare interessi passivi, trasferimenti e cofinanziamenti Ue, sussidi ciclici antidisoccupazione e misure una tantum) concordato con la Commissione per tenere a bada il debito. Il dibattito sulla clausola di salvaguardia l’ha messa un po’ in ombra negli ultimi giorni. Ma la regola della spesa resta cruciale per la manovra ordinaria. E lì, dice appunto il Documento, i margini sono futuri e moderati. Per misurarli basta calcolare la distanza fra gli aumenti annui della spesa netta a legislazione vigente e i limiti fissati nel Piano strutturale di bilancio: si tratta di circa 3,3-3,5 miliardi sul 2028 e di ulteriori 2,5-3 sull’anno successivo.

Misure in attesa

L’aumento da 50mila a 60mila euro della soglia di reddito per l’aliquota Irpef al 33% (2,7 miliardi), la replica delle flat tax su aumenti contrattuali, turni, notturni, festivi e produttività (2,6 miliardi), la tassa piatta per gli aumenti dei giovani, il rifinanziamento del fondo sanitario e le altre misure ipotizzate nel dibattito (teorico) sulla «manovra elettorale» settimane dovranno quindi trovare coperture integrali per farsi spazio senza sforare il disavanzo previsto al netto della clausola e i tetti di spesa. Problemi un po’ meno pressanti solleva la trasformazione strutturale del taglio al bollo auto, che per il 2027 poggia su una quota dei risparmi da Pnrr. Quel che rimane dei fondi liberi del Piano potrà dare una mano al resto: non a tutto, però, viste le stime fra i 2 e i 4 miliardi circolate finora. Anche l’anno scorso, per la prima volta da molto tempo, la manovra non prevedeva deficit aggiuntivo nel primo anno: ma le elezioni erano più lontane. E l’extradeficit della clausola di salvaguardia? Il suo aiuto sulla manovra, con l’ovvia eccezione delle misure su energia e difesa, a leggere il documento è marginale: caricandosi qualche uscita già prevista dai tendenziali, la clausola «riassorbe» in modo integrale il «lieve sforamento» ai tetti di spesa all’orizzonte nel 2027. E così facendo, evita alla manovra di doversi occupare della correzione dei conti. Ma non sembra liberare spazi aggiuntivi.

La spinta al Pil.

Non appare enorme nemmeno la ricaduta sull’economia. Nella misura dettagliata dal Governo nella relazione sullo scostamento che sarà votata il 13 ottobre dopo che la Camera avrà concluso i lavori sulla legge elettorale, la clausola offre circa 14,4 miliardi di deficit aggiuntivo per l’anno prossimo, e altrettanti per il 2028. Ma gli obiettivi di crescita fissati nel Dpfp aggiungono solo uno 0,2% all’aumento di Pil del 2027, che passa al +0,8% dal +0,6% tendenziale, e un decimale a quello dell’anno successivo (al +0,9% dal +0,8% tendenziale). Il dato si spiega con il tratto prudente dei modelli macroeconomici del ministero dell’Economia, che applicano moltiplicatori leggeri alla spesa; e, appunto, con l’utilizzo messo in programma dal Governo per questo deficit, che nella parte destinata a finanziare misure già previste dai tendenziali (cioè dal bilancio a legislazione vigente) non darà una spinta ulteriore al Pil. Il maggior disavanzo rinvia invece al 2028 l’inizio della discesa per il rapporto fra debito e Pil, mentre i mercati obbligazionari sono scossi dai colpi contemporanei dati da inflazione, attese di rialzi ulteriori dei tassi e ondate di emissioni pubbliche e private.

L’impatto dell’inflazione

Le conseguenze del nuovo scenario già si vedono nei tendenziali del Dpfp, che pur senza considerare nuove misure indicano per i prossimi tre anni un aumento di 40,8 miliardi nella spesa pubblica complessiva e di 14,7 miliardi nel costo degli interessi (con l’extradeficit diventano 16,3) rispetto ai calcoli del Dpf di aprile. Le entrate, dal canto loro, crescono di 29,5 miliardi. Il tutto senza considerare nuovi, possibili rialzi ulteriori dell’inflazione, già emersi dai dati di fine settembre. Su queste dinamiche non incidono i criteri contabili adottati a Bruxelles. Che sono invece decisivi per la gestione dei vincoli di finanza pubblica al centro dei negoziati fra Roma e la Commissione. Con il Dpfp l’Italia conferma l’obiettivo di uscita dalla procedura per disavanzi eccessivi nel 2027, in base ai dati di consuntivo 2026 con un deficit al 2,9%; e conta quindi che l’attivazione effettiva della spesa da clausola in quello stesso anno spinga la commissione a escludere l’extradeficit dai calcoli sulle verifiche del tetto del 3%. Al netto della deroga per energia e difesa, il disavanzo si ferma al 2,8% del Pil nel 2027 e al 2,6% nel 2028, mantenendosi quindi a distanza di sicurezza da Maastricht. Senza l’esclusione contabile, arrivando nei prossimi due anni al 3,4% e al 3,2%, manterrebbe l’Italia nel braccio correttivo del Patto Ue fino al 2030, scendendo sotto al 3% solo nel 2029 (al 2,3%).

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