Per anni l’emicrania è stata raccontata come un disturbo comune, quasi inevitabile, da sopportare in silenzio. Oggi sappiamo che non è così. La ricerca scientifica conferma che siamo di fronte a una delle patologie neurologiche più diffuse e invalidanti al mondo, non un semplice sintomo con cui imparare a convivere ma una malattia con un impatto profondo sulla vita delle persone, sui sistemi sanitari e sulla produttività sociale con costi economici e psicologici ancora troppo sottovalutati.
Secondo i dati del Global Burden of Disease, le cefalee rappresentano oggi la terza causa di disabilità a livello globale e l’emicrania è tra le patologie neurologiche con il maggior carico in termini di anni vissuti con disabilità, soprattutto nelle donne giovani e in età lavorativa. L’emicrania in Italia riguarda circa 11 milioni di persone e nel 2% dei casi si presenta in forma cronica, purtroppo non si tratta solo di un problema dell’età adulta: anche bambini e adolescenti possono esserne colpiti in modo severo, con conseguenze rilevanti sul percorso scolastico e sulle attività quotidiane. Si tratta di numeri che raccontano molto più di un disturbo episodico, anzi gli stili di vita contemporanei caratterizzati da stress cronico, alterazioni del sonno, sedentarietà e sovraccarico cognitivo contribuiscono a far crescere il trend. Così, la direzione verso cui si sta muovendo la ricerca è quella di un radicale cambio di paradigma: non più curare il paziente soltanto durante l’attacco acuto, ma comprendere la complessità della malattia nella sua interezza.
Sempre più evidenze mostrano infatti come l’emicrania debba essere letta secondo un modello biopsicosociale, in cui fattori neurologici, emotivi, ambientali e comportamentali interagiscono tra loro. È anche per questo che il futuro della ricerca non riguarda esclusivamente nuovi trattamenti farmacologici, ma punta verso percorsi di cura personalizzati, multidisciplinari e costruiti intorno alla persona. Un ruolo cruciale è svolto dai Centri Cefalee dove si valutano le opzioni di terapia per ogni singola persona, considerandola nella sua totalità e avvalendosi delle nuove eccellenti possibilità sia per la cura dell’attacco che per la profilassi della emicrania.
Da almeno 8 anni la ricerca ci ha messo a disposizione alcune opzioni di terapia specifiche, se fino ad allora ci basavamo su farmaci che venivano utilizzati per altre condizioni di malattia e che erano efficaci anche per le forme emicraniche, la letteratura scientifica ha poi ampiamente dimostrato che una significativa percentuale, soprattutto i più giovani, tendeva ad abbandonare le cure per l’insorgenza di effetti collaterali. Le nuove terapie sono dirette contro una molecola particolare il CGRP (calcitoning gene related peptide) e si sono dimostrate altamente efficaci anche a lungo termine, sicure e prive di quegli effetti collaterali che facevano desistere molte persone. Tuttavia il 30% dei pazienti non risponde al farmaco. Così, a imporsi sempre di più è il modello che spiega il fenomeno emicranico nella sua complessità e impone, soprattutto a Centri per le Cefalee come il nostro presso l’IRCSS Istituto Neurologico Carlo Besta, di pensare a una gestione multidisciplinare concentrandosi su aspetti che spesso vengono sottovalutati o non considerati: questo tipo di approccio si è rivelato fondamentale soprattutto nei più giovani dove la prevenzione della cronicità diventa ancora più urgente.
Rendere il paziente più consapevole della sua condizione di malattia e dell’uso dei farmaci sintomatici può aiutarlo efficacemente ad affrontare la propria condizione, inoltre trasmettergli consapevolezza dell’importanza di uno stile di vita sano e di buone abitudini è importante per ottenere risultati positivi sul decorso clinico, rappresentando già un approccio di terapia. È vero che di emicrania non si muore, ma come tutte le malattie invisibili ha dei costi elevatissimi sia in termini di risorse sanitarie sia da un punto di vista sociale, non possiamo scordarci del carico che questa patologia disabilitante genera in chi ne soffre influendo negativamente sulla qualità della loro vita, costretti a rinunciare a giornate di lavoro, di studio e di relazioni.
