I 1.163 miliardi di euro detenuti sui conti correnti dagli italiani sono tanti o sono pochi? Sono sicuramente troppi se si pensa a forme alternative di impiego che potrebbero sostenere l’economia reale (oltre che il rendimento dei risparmi), ma in una prospettiva europea il discorso rischia di ribaltarsi. Almeno considerando la quota parte dei depositi sul totale delle attività finanziarie possedute dalle famiglie (al netto dunque degli investimenti immobiliari).In Italia tale quota si posiziona al 37%, uno dei livelli più bassi di tutto il continente. Solo il Nord Europa mostra livelli (nettamente) inferiori, con Svezia al 18%, Danimarca al 19%, Paesi Bassi al 27% e Norvegia al 34 per cento. Mentre all’opposto numerosi Paesi dell’area mediterranea e dell’Est Europa superano il 60%, fino ad arrivare ai massimi di Grecia (69%) e Bulgaria (70%). Sono alcuni dei dati contenuti in un report che l’Efama, l’associazione rappresentativa dell’industria europea del risparmio gestito, ha rilasciato la scorsa settimana, servendosi di dati Eurostat e Ocse.
I flussi si attenuano
Secondo l’Associazione, nel continente a fine 2025 il livello medio dei depositi sul totale degli asset finanziari si posizionava al 40,1%, in calo dal 42,3% del 2022, anno che ha rappresentato il picco del decennio dopo i forti flussi iniziati nel 2020 in coincidenza con l’incertezza legata alla pandemia di Covid 19. L’anomalia del 2020 è la ragione che spiega l’allontanamento dai valori di dieci anni fa, quando la quota in depositi a livello europeo si stabiliva al 36,7 per cento. Nel solo 2020 in Europa erano stati depositati nei conti correnti oltre mille miliardi di euro, una cifra che è andata via via riducendosi fino ai 569 miliardi del 2025.
Tra composizione ed erosione
La specificità italiana nel contesto europeo è tutta nella composizione del portafoglio delle famiglie. In Europa subito dopo i depositi, gli asset più popolari sono fondi pensionistici (al 21,2% nel 2025), assicurazioni sulla vita (15,9%) e fondi d’investimento con il 13,5 per cento. In Italia il quadro si arricchisce della voce dei titoli di Stato, che, secondo la recente elaborazione della Fabi su dati Bankitalia, insieme ai bond corporate hanno raggiunto a fine 2025 un peso nei portafogli delle famiglie pari all’8,1 per cento (dal 5,2% del 2020). Scelte di diversificazione che hanno consentito almeno in parte di attenuare l’impatto dell’inflazione. L’analisi di Efama prende infatti in considerazione anche l’erosione di valore subita dai depositi bancari in Europa nell’ultimo decennio. Secondo i dati dell’Associazione, chi avesse depositato 10mila euro nel 2014 avrebbe visto il suo potere d’acquisto scendere a 7.605 euro, per una riduzione pari a quasi il 24 per cento.
Gli scenari
Lo studio sviluppa anche degli scenari evolutivi per i prossimi 10 anni. In un caso considerando il calo annuo mediano dei depositi nel periodo 2016-2025 (pari al -0,4%) e immaginando la prosecuzione di tale trend: sotto queste ipotesi i depositi rappresenteranno ancora il 36% delle attività finanziarie delle famiglie nel 2036. In un secondo scenario gli analisti hanno guardato solo alla media dei cali degli ultimi tre anni e ipotizzato che i depositi continuino a diminuire a tale ritmo (-0,7%) ogni anno, con il risultato che la ricchezza delle famiglie in depositi scenderebbe al 32 per cento. Valori che lascerebbero comunque il Vecchio continente a grande distanza dagli Stati Uniti, dove i depositi bancari accolgono solo il 12% della ricchezza finanziaria delle famiglie.













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