I manoscritti arabi dell’Ambrosiana
Alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana l’aspetto linguistico è stato intrecciato con quello culturale rendendo accessibile un corpus digitalizzato di 250 antichi manoscritti in lingua araba e risalenti a epoche diverse. Ma l’AI non ha solo una funzione di traduzione dall’arabo, rende leggibile manoscritti molto complessi: «Già l’arabo presenta la massima difficoltà in termini linguistici. Poi il materiale è manoscritto, con una scrittura che non è codificata in modo standard, come avviene nella stampa. E poi l’andamento della scrittura occupa tutta la pagina, nella dimensione orizzontale, verticale e obliqua. Ci è parso il miglior terreno possibile per sperimentare le tecnologie che abbiamo implementato» spiega Fabio Cusimano, responsabile della Catalogazione del Digital Asset Management alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana.
È stata dunque applicata la tecnologia di AI Htr Handwritten text recognition (Htr), che riconosce il testo manoscritto. «Abbiamo sviluppato la tecnologia con la finalità di riconoscere il layout della pagina» precisa Cusimano. Ora sarà sottoposto all’AI l’intero corpus (altri 1.500 manoscritti) e reso disponibile a tutti sul sito dell’istituzione milanese aprendo prospettive interessanti di ricerca: «Accanto agli obiettivi di conservazione della nostra istituzione che vengono potenziati con la copia digitale sostitutiva, offriamo i migliori strumenti alla comunità degli studiosi e ai pubblici più ampi» chiosa Cusimano. Non si tratta tanto di trascrivere o tradurre il testo ma di offrire una piattaforma che interpreta i contenuti e genera la disponibilità di una enorme mole di testo che è possibile interrogare da parte degli utenti. Che possono poi contribuire a migliorare e affinare i contenuti.
Questo progetto culturale non sarebbe stato possibile ovviamente senza la digitalizzazione partita nel 2018. Dalla ricerca del Politecnico emerge però un trend generale della situazione italiana molto mesto: la digitalizzazione delle collezioni nei musei italiani è cresciuta solo marginalmente negli ultimi anni, e il 26% degli enti dichiara di non aver ancora avviato alcuna attività di questo tipo mentre il 23% dei musei non raccoglie ancora dati sui visitatori. In molti casi manca ancora una strategia integrata di raccolta, interoperabilità e valorizzazione dei dati, elemento che rischia di limitare fortemente anche l’efficacia futura delle applicazioni di intelligenza artificiale.
«In dieci anni ci sono stati tanti cambiamenti ma dobbiamo riconoscere che tanta parte dell’ecosistema culturale è rimato molto vicino a quello che era dieci anni fa, nonostante le risorse del Pnrr che avrebbero potuto indurre un salto in avanti» commenta Lorenzini.
Potenziamento con l’AI e pratiche collaborative
Un secondo megatrend rilevato dagli studiosi è quello dell’IA a potenziamento del lavoro degli operatori che trova ulteriori e più diffuse applicazioni in attività di programmazione, analisi dei pubblici, cura delle collezioni, manutenzione predittiva, fundraising e supporto decisionale. Infine un altro megatrend riguarda lo sviluppo di pratiche collaborative di condivisione dei dati mediante ecosistemi di dati condivisi, in cui istituzioni e organizzazioni culturali collaborano per scambiare informazioni in modo strutturato, sicuro e interoperabile. «Queste pratiche – si legge nel report – permetteranno una gestione integrata di organizzazioni e reti culturali, supportando analisi congiunte, servizi cross-istituzionali e politiche culturali basate su evidenze collettive, anche provenienti da altre industry».











